Fantascienza, Thriller

SELF/LESS

Titolo OriginaleSelf/less
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Durata117'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Un potente multimiliardario sta morendo. Uno scienziato senza scrupoli gli offre una soluzione. Per 100 milioni di dollari, attraverso un procedimento top secret, potrà trasferire i suoi ricordi, i suoi valori, la sua stessa anima nel corpo di un’altra persona sana e continuare a vivere.

RECENSIONI

Immortali
Il cinema di Tarsem si muove tra un’idea forte che coinvolge Coscienza, Mente, Identità, Etica (The Cell, The Fall, Immortals - in misure diverse, stanti le loro peculiarità -) e un’estetica visiva di forte impatto (la condensazione esplosiva dei promo: le radici) e oramai riconoscibilissima (verso tale direzione virava coraggiosamente la reinvenzione tutta scenica dell’inevitabile flop Biancaneve).
Da un punto di vista tematico Self/less, scartato l’involucro thriller, presenta, attraverso un approccio sci-fi, l’idea del prolungamento ad libitum della Vita (già affrontato negli opposti termini di Potere e Dannazione in Immortals) in chiave politica, quale privilegio di pochi; Damian, il milionario protagonista, morente, si rende conto, una volta “rinato” con altro sembiante, che il suo nuovo corpo non è stato assemblato artificialmente in laboratorio, come gli era stato detto, ma apparteneva a una persona che è stata sacrificata allo scopo: di qui la rivolta morale e la spiegazione delle visioni provenienti da una  coscienza estranea che emergevano tra le pieghe della sua mente e sedate da un farmaco ottundente e stabilizzatore.

That's me in the corner/ That's me in the spotlight
Con una chiara assonanza col dualismo tra protagonista e body double di The Fall, o del duplice Zeus di Immortals, in Self/less abbiamo un corpo attoriale (quello di Ryan Reynolds) quale effigie monolitica nella quale convergono segni personali diversi; insomma Damian, avendo comprato una nuova giovinezza (e avendo, di fatto, venduto l'anima), prima è chiamato a sostenere il ruolo di una persona fittizia, poi quella del legittimo proprietario del corpo Marc (a favore della moglie di lui e della sua figlia bambina), più avanti quella dello scagnozzo dello scienziato Albright, rimanendo costante il riferimento identitario chiave, quello che incarna tutti i caratteri: il vecchio magnate prima in fuga dalla malattia e poi preda degli scrupoli di coscienza. Fino al finale in cui Ryan Reynolds non impersona più Damian, ma tout court Marc che del suo corpo si riappropria (con il romantico, istintivo riconoscimento da parte della moglie). Damian, in base alle ineludibili istanze etiche che guidano il suo agire dopo la scoperta dei cinici retroscena, decide, infatti, di sacrificarsi per far tornare quel corpo all'identità primaria, dando alla bambina il padre che le è stato sottratto, con tale scelta riscattando la propria figura di genitore fallimentare.
Il film, e questo è il punto decisivo, rivela in ciò l'abisso: la poliedricità della parte viene coscientemente annichilita da Ryan Reynolds (un percorso filmografico, il suo, tutt'altro che ovvio), che, in questo caso, da diligente interprete di un thrillerone, si muove sempre nello stesso modo, come una maschera  monoespressiva che dietro può celare identità differenti: a dire che il ventaglio di personalità variegate, su cui Self/less si fonda, si agita in uno spazio di espressione calcolatamente e paradossalmente impersonale.

Mirror mirror
Arzigogolato, ma fascinoso, sottile teorema in cui la tensione corre sul filo della scissione tra corpo e identità (siamo agli antipodi di The Cell in cui era un corpo a entrare in una coscienza), il film sembra interessare Tarsem Singh più per l'idea (quasi meta: ogni identità presuppone l'assunzione di un ruolo che implica la conoscenza di un copione  - che sia quello rigorosamente predisposto da Albright, sia quello da improvvisare all'impronta - il gergo di Marc che Damian ricava dal breve filmato del cellulare -) che per la sua costruzione narrativa (i tediosi, inevitabili, risvolti action): Tarsem si fa avvincere moltissimo dal costante gioco di riflessi (il colpo d'ala della deformazione dello specchio causata dal calore della fiamma mentre Albrght e lo stesso spettatore pensano si tratti dell'ennesimo rigurgito allucinatorio) più che dalle sue implicazioni narrative. Il regista, d'altro canto, pur orfano per la prima volta nella sua carriera della straordinaria (e compianta) costumista giapponese Eiko Ishioka, fondamentale per la costruzione del suo universo estetico, compensa i cliché dello script con idee visive chiarissime; senza far spadroneggiare la sua cifra (siamo lontani dai set claustrofobici di Immortals, dai tableau vivant di The Fall, dal citazionismo delle avanguardie di The Cell, dall'esuberanza strabordante di Biancaneve) opera secondo un registro pop, ma non per questo imbavagliato: la partita a basket a suon di musica, i ritmi di vita a tamburo battente (le notti goduriose a New Orleans) i fulminei e reiterati flashforward (la scena in piscina) cercano di scardinare la logica dell'editing ortodosso, consegnando il lavoro a succulente derive da promo commerciale (l'excursus di lusso, totalmente gratuito, all'interno della principesca casa di New Orleans).