Drammatico

SEGRETI E BUGIE

Titolo OriginaleSecrets and lies
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1996
Durata144’

TRAMA

Una optometrista di colore cerca la madre naturale e scopre che è bianca. Una coppia senza figli desidera riavvicinarsi ad una zia svampita e alla scorbutica nipotina durante il compleanno di quest’ultima.

RECENSIONI

Si può rimpiangere ciò che non si è mai avuto? Quel che conta, per Mike Leigh, è la ricerca della Verità, ed esprime questo concetto sia attraverso personaggi messi tragicomicamente a nudo (Naked), sia attraverso scelte stilistiche estremamente realistiche: costruisce il canovaccio a partire dagli attori, attendendo (filmandola: la parte iniziale fatica ad ingranare) la loro immedesimazione. A differenza di Ken Loach, è poco interessato a temi civil-politici, preferisce osservare sociologicamente e con ghigno cinico le dinamiche familiari “qualunque” (la sineddoche della parte per il tutto), per concludere che la misera umanità si fa del male solo perché, con segreti e bugie, non esterna i propri dolori/sentimenti: nonostante il pessimismo di fondo, l’originalità dell’opera sta proprio nel non dimenticare che “Bisogna ridere, per non piangere”, portando lo spettatore a ridere degli eccessi anche quando si trasformano in tragedia, lasciandolo in un imbarazzo che è molto simile a quello che invade, nella finzione, la famiglia riunita al compleanno. Il lacrimevole soggetto di base (la figlia in cerca della madre naturale) è anche banale, il tono un po’ predicatorio della chiusura e certa elegia dei buoni sentimenti disincantano, ma è sconcertante, meraviglioso il modo in cui Leigh trasforma le prove attoriali in personaggi assolutamente “veri”: su tutti quello della madre di Brenda Blethyn (di bassa estrazione sociale: l’incontro si gioca anche sulle differenze di classe), che regala brividi lungo la schiena (quando ricerca l’affetto del fratello e lo abbraccia) e risate di gusto (quando realizza chi è il padre della figlia ritrovata). Leigh dimostra la propria tesi portandoci ad amare ogni carattere in campo, per quanto urticante (il taciturno e rozzo fidanzato, la figlia scontrosa, l’acida cognata), nel momento in cui rende manifeste le loro pene interiori. Palma d’Oro a Cannes, l’opera contiene ilari fotostatiche (lo zio fa il fotografo) di tipi eccentrici, facendo venire in mente il Kiarostami de Il Viaggiatore, mentre la figuratività del film è quella solo apparentemente semplice dei tanti registi che amano Vermeer (ad esempio: Jon Jost).