Commedia

SCUSA MA TI CHIAMO AMORE

TRAMA

Alex è un giovane di trentasette anni ed è stato da poco lasciato da Elena, la sua fidanzata storica. Nella vita fa il pubblicitario, anche se il suo lavoro è messo in pericolo da un ragazzo appena arrivato in azienda. Un giorno mentre è in macchina, si scontra con un motorino su cui c’è Niki. La ragazza ha diciassette anni, è bella, spiritosa e intelligente. I due iniziano a conoscersi: il passo dall’amicizia all’amore è veloce…

RECENSIONI

Gli anni Ottanta hanno avuto i "paninari", giovani griffati il cui massimo problema era decidere tra Duran Duran e Spandau Ballet. Negli anni Novanta il provincialismo si è irruvidito e ha abbracciato un fenomeno mondiale come il "grunge", adattandolo agli "ismi" del momento. Con il nuovo millennio, nasce la "Moccia generation", giovani avulsi da qualunque consapevolezza sociale che passano la giornata a forgiare nuovi acrostici per il cellulare e che si prendono e si lasciano in continuazione senza un perché. Questo, almeno, è ciò che una certa letteratura prima, un certo cinema dopo, ma soprattutto tanta televisione, hanno cercato di imporre. Il fatto è che ci sono riusciti. Molti ragazzi si sono lasciati convincere di avere trovato qualcuno in grado di rappresentarli e di dare voce al loro sentire. Il problema è che, alla luce del successo ottenuto, diventa interessante capire se davvero sono i giovani a ritrovarsi nelle figurine bidimensionali dei brutti Tre metri sopra il cielo prima e Ho voglia di te dopo, o se non è piuttosto la necessità di aderire a un modello a farli immedesimare in un certo cliché per essere accettati da quello che si crede il "sistema" da cui si vuole, in teoria, fuggire. Un vero e proprio circolo vizioso. Sta di fatto che l'Italia descritta da Federico Moccia, nel suo ritorno alla regia dopo un titolo che è già una dichiarazione di intenti (Classe mista 3A del 1996), non si capisce bene chi rappresenti. Forse una borghesia medio-alta si può anche identificare nei crucci esistenziali (mi fa le corna oppure no?) risolti tra super attici e ristoranti modaioli, magari a qualche studente è capitato di trovare una compagna di classe che dopo l'esame di Maturità regala alle amiche del cuore un biglietto aereo per l'isola di Ios, davvero qualcuno è disposto ad anticipare 1.500 euro a un investigatore privato senza battere ciglio, ma resta un vero mistero capire come sia possibile che tanti si ritrovino in dinamiche così elitarie e lontane dal reale. Forse, però, il segreto è proprio questo. Partire da ciò a cui si presume tutti ambiscano (un fidanzato/a) e tirarlo a lucido per renderlo irraggiungibile, e quindi ancora più desiderabile. Del resto non capita solo ai film di casa nostra. Molte commedie americane di successo sono ambientate nel lusso più sfrenato, un lusso, tra l'altro, dato per scontato dai personaggi, che non si capisce bene di cosa vivano e come trascorrano le giornate. Accantonando ciò che al film manca per essere credibile, ma che, con una certa onestà di intenti, Moccia non si propone nemmeno di affrontare, resta il film in sé. Fondamentalmente innocuo (non ha la forza per imporsi come manifesto di una generazione, e nemmeno ambisce a farlo), girato dignitosamente, recitato con verve (Raoul Bova non è un grande interprete e ogni tanto abusa di gesti stereotipati ma non sfigura, l'esordiente Michela Quattrociocche ha una innegabile freschezza, i comprimari aiutano molto), ha però due evidenti difetti: la totale mancanza di originalità e la superficialità sfrenata. Possibile che sul grande schermo non si trovino professioni che esulino dall'ambito pubblicitario, per di più creativo? Che per fare incontrare i futuri innamorati il massimo espediente narrativo sia un incidente (ripiego a cui la sceneggiatura si affida anche nella seconda parte senza alcun valido motivo)? Che alla fine si debba sempre e comunque essere vincenti (tra l'altro la campagna "Con la luna tu sogni" è di una banalità sconcertante e ci si chiede come i giapponesi possano pagare 14 milioni di euro per tale tritume)? Che gli equivoci messi in scena inciampino ancora nel fidanzato scambiato per assicuratore e che la gelosia nasca dall'avere pensato alla sorella del protagonista come nuova amante? Quanto alla superficialità, tutte le situazioni sono abbozzate senza osare alcun approfondimento. Anche un tema a rischio come l'amore tra il trentasettenne e la diciassettenne viene svuotato di qualsiasi pulsione che esuli dall'”Ammore” e messo in scena con un candore privo di verità, lasciando che eventuali ombre (l'amico allupato e marpione) vengano stroncate prima di diventare pericolose. Per il resto, tutto è all'insegna della macchietta, magari anche simpatica (il parallelismo dello studente tra Leopardi e Totti), ma sempre e comunque affidandosi soltanto a stereotipi: dai quadretti familiari ("Chi ti ha insegnato quella parolaccia?" dicono il padre e la madre, incasinati ma affettuosi), alla equa quanto scontata suddivisione dei caratteri tra le compagne di classe e tra gli amici del protagonista e le relative mogli (tutti più o meno cornuti, ah! la commedia all'italiana). Ma il vero luogo comune, quello su cui è fondato il lungometraggio, sono i "gggiovani". Davvero per rientrare nella categoria bisogna fare e dire certe cose (mettere i piedi sul cruscotto, evitare le tisane, guidare senza patente, dire bugie ai genitori, andare per centri sociali) e non semplicemente esserlo? Davvero per fuggire il sistema basta rubare e taroccare delle auto e fare delle gare notturne? Non si chiede un punto di vista moralista, anzi, ma semplicemente una messa in scena problematica, che non si limiti a compiacere il target di riferimento, ma anche a dire qualcosa in merito (qualunque cosa). Per tacere del finale insalvabile in cui pochi secondi dopo che il protagonista ha dichiarato al suo capo che "La vita non è una pubblicità", lo ritroviamo ad annoiarsi mortalmente su un'isola deserta con tanto di faro (dopo la sequela di didascalie ruffiane che accompagnano il film un bel "Life is now" non avrebbe sfigurato). Poi arriva lei, pettinata e truccata come una quarantenne, pronta a condividere con lui giorni e notti di passione totale e romantica solitudine, pescando e guardando il sole. Non sfigurerebbe come inizio di un horror, convenzionale ma pur sempre stimolante, mentre come conclusione e coronamento di un sogno che si presume tutti vorrebbero avere, beh, fa sorgere spontaneamente un grido sommesso: "No, grazie, preferisco vivere! "