Commedia, Horror

SCREAM

TRAMA

Sonnolenta provincia americana: un serial killer mascherato fa strage di adolescenti.

RECENSIONI

Come esprimere, al cinema, il puro orrore? Attraverso il puro cinema.
Dopo innumerevoli horror di serie varia, lo spettacolo del sangue non era più sufficiente: era necessario mostrare allo spettatore i visceri dello spettacolo, squadernando il catalogo delle invenzioni di genere, opportunamente ridotte alla loro forma essenziale, quella dello stereotipo.
Un'idea tanto semplice e geniale non poteva venire che da Craven, l'irresistibile scary – filmaker dotato di uno spiccato fiuto per l'orrore seriale (dal fosco Nightmare al terrificante Music Of The Heart), di un'ironia beffarda e livida e, non meno importante, di una cultura da non sottovalutare (è professore di letteratura inglese). L'idea, è vero, viene dallo sciaguratissimo Kevin Dawson's Creek Williamson, che ostenta un raffinato gusto citazionista e metalinguistico con l'ansia dello scolaretto che ha qualcosa da dimostrare, ma intanto scrive dialoghi inascoltabili, sforna situazioni tanto tragiche da apparire ridicole (il prefinale) e, delitto imperdonabile, prende tronfiamente sul serio quello che “è solo un film”, o meglio, un gioco. Craven trae da una materia tanto infausta un ulteriore motivo di fascino, perché la mediocrità di sceneggiatura (dovuta a insipienza o a eccessiva presunzione, poco importa) è uno dei cardini del genere. Il regista opera su due livelli, smonta il mito del cinema horror e lo ricostruisce. Prima di tutto, elimina ogni traccia di fascino barocco: via i vampiri, belli, sensuosi e scenografici, in soffitta le mummie, testimoni di un passato splendente di crudeltà, a casa persino le streghe, dolcissimo ricordo dell'infanzia. La paura, oggi, affligge persone banali quanto i carnefici da cui sono perseguitate: il soprannaturale è scomparso, forse disgustato dall'abisso in cui sono piombati gli uomini, qui ritratti come ragazzini provinciali e volgari nel profondo dell'animo, che non esitano a festeggiare Halloween nonostante siano trascorsi pochi giorni dal brutale omicidio di alcuni coetanei. La maschera à la Munch è un emblema depistante, un indizio inutile, che esprime la totale vacuità ed intercambiabilità del ruolo del cattivo. Non si salva proprio nessuno: gli adulti nel migliore dei casi rimangono annientati dagli orrori di Woodsboro (i genitori della prima vittima del killer), nel peggiore sono morbosamente attratti dall'odore del sangue (il preside del liceo) e si dimostrano comunque incapaci di un'azione risolutiva, mentre la polizia, pur dotata di sofisticate tecnologie, riesce a malapena a non incrementare il numero delle vittime.
Il carattere opaco e totalmente piatto di personaggi ed ambienti permette al regista di dedicarsi a quello che ama di più (e che gli riesce meglio), al cinema concepito come ironico e terrificante gioco al massacro. Gli attori sono ridotti a mere presenze fisiche, che si muovono sulla scacchiera del racconto come marionette mosse da un burattinaio invisibile e perverso, deciso a fare compiere loro i percorsi più assurdi, per poi risolvere i nodi della complicatissima trama in un finale comicamente lungo, che si riapre almeno dieci volte, e ad ogni svolta è sempre più improbabile:
le iperboli figurative e tematiche caratteristiche delle precedenti opere di Craven e di molti altri registi horror tendono a scomparire, per lasciare il posto a quelle drammatiche. E in questo modo, il regista trasforma in pregi due imperdonabili difetti, la recitazione di tutto il cast (o quasi), assestata su un livello imbarazzante, e la sceneggiatura cervellotica.
Mentre Williamson sembra preoccupato solo di conferire una qualche coerenza al castello di citazioni e stereotipi che costruisce con tanta leziosità, Craven punta tutto sul singolo istante cinematografico, sull'esplosione improvvisa, sulla sorpresa pura. L'aspetto forse più gustoso (e generalmente più sottovalutato) di questo primo episodio della trilogia è costituito dalla sistematica parodia dello stile televisivo: tanto i luoghi dell'azione quanto i tipi umani che li abitano sembrano tratti, più che dai classici horror per adolescenti, dalle serie televisive nate sulla scia di successi cinematografici, e molti degli attori coinvolti in ruoli di vario calibro sono di provenienza televisiva. Il ghigno beffardo con cui Craven rivisita le scene tipiche dello show per adolescenti (dalla pausa pranzo sul bordo di una fontana alla “prima volta”) è indice dello sguardo non solo ironico, madecisamente critico, che il regista rivolge alla “grande sorella”. Dotata del potere di creare “effetti di realtà” più vividi rispetto agli altri mass media, grazie all'impiego congiunto dell'aspetto visivo e di quello sonoro, la televisione ha plasmato più generazioni di spettatori, se non proprio passivi, certo meno attenti, meno critici, tesi ad un appagamento “sensuale” (degli occhi e delle orecchie) che va a scapito di quello più propriamente “cerebrale”. I film horror noti ai personaggi di “Scream” sono visti e rivisti, ma in videocassetta, la memoria storica non esiste quasi più (i film citati nei dialoghi hanno tutti meno di vent'anni di vita), le regole di genere sono pedantemente elencate ma non rispettate (la pena per tali trasgressioni è la morte). Un uso tanto distorto del cinema e più in generale della cultura deve essere punito: ed ecco giungere il bizzarro angelo sterminatore dell'horror, la cui maschera reca in sé i tratti della cultura alta e della punizione divina (il saio all'ultima moda della Santa Inquisizione). Peccato che i carnefici non siano affatto migliori dei morituri, anzi mostrino una scarsa attenzione nei confronti del cinema tutto e dell’horror in particolare, scarsa attenzione che li porta ad essere puniti per mano di quelle che avrebbero dovuto essere le loro vittime. I carnefici (dell'arte, della vita) si uccidono tra loro, mentre il vuoto metafisico che li circonda ed è in loro non accenna a risolversi.
Questo primo capitolo ha dalla sua la perfezione assoluta di alcune sequenze (il prologo, in cui Barrymore regala l'unica performance autenticamente valida del film) ed è percorso da una felice vena di umorismo sotterraneo. Alla lunga, però, il gioco di Craven è un po' stancante, e si fa il tifo per il killer nella speranza che il film finisca presto, causa la completa estinzione dei buoni. Manca qualcosa, un elemento che riesca ad avvincere anche lo spettatore a digiuno di film di genere. Dopo un secondo episodio di cosciente routine, sarà il terzo capitolo, ardita fantasia psicanalitica tra Sofocle e Hollywood, a dare alla saga un'autentica coerenza di percorso, una forza inedita, una conclusione geniale e definitiva. Forse.

Wes Craven ha dato inizio ad una personale “nouvelle vague” dell'horror con il geniale Nuovo Incubo: continua, in modo volutamente meno complesso, la riflessione sul rapporto finzione/realtà, spettatore/protagonista e sul genere che l’ha reso famoso con questo divertente, crudele gioco cinefilo e auto-parodistico che, focalizzandosi sui meccanismi di spavento, paradossalmente li rende più realistici quando applicati. Straniamento dovuto alla messa in mostra del mezzo e/ma colpo a tradimento sullo spettatore una volta eluse le sue difese: il regista non ammicca in modo narcisistico o intellettualistico ma, spietatamente, cerca la complicità dei sensori mentali del pubblico, in grado di riconoscere le regole dell’horror e neutralizzarne l’effetto nocivo, per destrutturare insieme gli archetipi e divertirsi, poi, ad applicarli, a sorpresa, con efficacia (scongiurando la prevedibilità). Il suo linguaggio è efficace (vedere la magistrale tensione della scena iniziale, con orribile fine per Drew Barrymore, in diretta audio con la madre al telefono) mentre la sostanza è una feroce presa in giro: tanto assurda nell’evoluzione degli avvenimenti quanto portatrice sana di un orrore vero (bagno di sangue finale escluso, volutamente e ludicamente concentrato sugli effetti grotteschi in sé). Lo sceneggiatore Kevin Williamson e Craven, ad esempio, non derogano alla regola horror legata al peccato che chiama morte, al topos della vittima che, sentenziando un “Torno subito”, si condanna, alla convenzione del cattivo che non muore a favore del sequel (ma le vittime femminili sono agguerrite e il povero serial killer prende botte da orbi). Irridono la goffaggine dei film dell’orrore ricolmi di stupidaggini (la vittima che, inseguita, sale al secondo piano in casa anziché fuggire all’aperto), ma non hanno pietà con i “propri” personaggi costretti a replicarle, lavorano di gag e consapevolezza del meccanismo, per poi applicare il meccanismo con effetto dirompente, dopo la sua sdrammatizzazione. Il bersaglio (oltre al giornalismo morboso) è anche il pubblico, i teenager sgridati da Fonzie-Happy Days (Henry Winkler), simbolo di una generazione (cinematograficamente) più sana. Sono potenziali assassini assetati di splatter che prendono la morte e il dolore come gioco (la protagonista, non concependo un rapporto extra-coniugale della madre, ha mandato alla sedia elettrica un innocente, è frigida e si rivelerà temibile): i racconti dell’orrore sviluppano in loro solo maggiore creatività. In mezzo a tante “imitazioni”, l’assassino, vestito da Father Death (un Urlo di Munch che ricorda Belfagor), non si distingue. Le citazioni si sprecano: fra le altre, Quando Chiama uno Sconosciuto che fornisce il canovaccio di base; Henry Pioggia di Sangue per la Tv in testa alla vittima; L'Esorcista con cameo di Linda Blair; Nightmare, con Craven-bidello e maglietta di Freddy Kruger e la sentenza-rivincita “L’originale era O.k., i sequel uno schifo”; Halloween (geniale incrocio voyeuristico: i ragazzini interloquiscono con il film in Vhs, in montaggio parallelo due di loro subiscono le stesse scene “dal vero”, mentre un terzo li osserva registrati in differita); Il Ribelle, ma solo perché con lo stop frame s’intravede il pisello di Tom Cruise. “Questo assomiglia a qualcosa di Wes Carpenter”, dice un personaggio. Potrebbe anche essere scambiato per un mero Venerdì 13 semi-demenziale. Invece è un approccio al genere libertino, sagace e a suo modo rivoluzionario.