Drammatico

SCARPETTE ROSSE

Titolo OriginaleThe red shoes
NazioneG.B.
Anno Produzione1948
Genere
  • 67170
Durata133’
Tratto dadalla fiaba di Hans Christian Andersen
Fotografia
Scenografia

TRAMA

L’impresario Boris Lermontov ingaggia due giovani promesse: il compositore Julian Craster e la ballerina Vicky Page. Quando i due si innamorano, geloso, licenzia il musicista. Vicky abbandona, allora, l’imminente produzione del balletto “Le scarpette rosse”.

RECENSIONI


Fiaba onirica e stilizzata che riflette sul rapporto fra Arte e Sacrificio e pone in parallelo le scarpette rosse (passione che divora) di Hans Christian Andersen con la vicenda dei giovani innamorati. Soprattutto, scrive la Storia del Colore: il direttore della fotografia Jack Cardiff supera se stesso, Michael Powell gli prepara la tela fra costumi, scenografie, utilizzo dello spazio e azzardati punti di inquadratura (geniale la soggettiva durante la piroetta), Pressburger i cromatismi di un fantasy intinto nel romanticismo più gotico (il teatro che diventa un mare in tempesta!). Talenti che raggiungono l’apoteosi nella composizione figurativa, semplicemente magistrale, del balletto del titolo, film nel film, vero capolavoro in cui gli autori si sganciano completamente dalla realtà per seguire le note musicali, in una Fantasia giocata in totale libertà creativa fra sovrimpressioni, giochi d’ombre, animazioni, sprazzi allucinati e surrealisti, i dipinti di Hein Heckroth, le coreografie di Robert Helpmann, la musica di Brian Easdale. Un brano visionario che rivoluziona i codici del genere musical (dedito a riprese naturalistiche o, al massimo, alle coreografie cinematografiche di Busby Berkeley) mentre, al contempo, rende ancor più complessa la riflessione sull’Arte, nel momento in cui ne giustifica l’assoluta dedizione e le vittime sul campo, donando nuove luci/ombre sulla figura, affascinante e ambivalente, dell’impresario di Anton Walbrook, fin lì altezzosa, apparentemente priva di sentimenti, convinta che il cuore interferisca con la creatività. Un demiurgo tirannico per cui gli autori, infine, sospendono il giudizio, anche meta-cinematograficamente, di fronte alla passione profusa nel lavoro, di cui vediamo i frutti. Morale: i sentimenti interferiscono in negativo (la gelosia) e in positivo (l’amore). La chiusura tragica è di grande effetto proprio perché inattesa, disarmonica rispetto allo spirito generale (anche impagabilmente buffo: i “dietro le quinte”) e porta a compimento un altro miracolo: imprimere, su pellicola, l’aura lirica-chimerica dell’esordiente Moira Shearer.