Drammatico, Giallo

SALVO

NazioneItalia
Anno Produzione2013
Durata104'
Tratto dadal cortometraggio Rita
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Dopo avere subito un attentato, un sicario di mafia si vendica. E, fatta tabula rasa dei suoi nemici, ridona la vista alla sorella cieca di una delle sue vittime. La porta con sé, la tiene prigioniera, la accudisce. Ma il boss non è d’accordo. Per nulla.

RECENSIONI

Premiato sia dalla Giuria presieduta da Miguel Gomes alla Semaine de la Critique 2013 sia da quella di cui era presidentessa Mia Hansen-Løve, che gli ha assegnato il Prix Révélation, l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (che prendono il via dal loro cortometraggio Rita) è un esempio di una lungimiranza produttiva rara nel nostro cinema: esposizione europea, vendita prima al mercato estero, poi all’arrancare del nostrano. Nel film s’agitano tensioni coerenti, da esportazione, strategicamente glocali tra la saturazione nostalgica, ironica e autoriflessiva del cinema di genere occidentale e la riscrittura folclorica regionalistica: gioco cinefilo in cui le forme si stilizzano, tra il noir secondo un bignami di Melville e uno spaghetti western asciugato al sole di Palermo, pronuncia frasi laconiche da sceneggiatura al limite della parodia, ammira i propri corpi come fossero icone, tende a sottrarre ed astrarre, si abbandona di frequente allo sfoggio stilistico, a un cinema euforico. Essicate le traiettorie del genere sino a una dimensione primaria, nei caratteri secondari grottesca, in quelli principali persino fiabesca, e dunque descritto un orizzonte di storie già raccontate, di miti calcificati, di narrazioni decisamente stremate, Grassadonia e Piazza cercano una rifondazione, un nuovo possibile racconto tra le rovine di un mondo esasperato dalla cronaca di mafia, dagli stereotipi, dalle abituali rappresentazioni. E dunque, seguendo con vago tono ludico la rivendicazione sottoproletaria del sacro di un Pasolini e, poi, di Ciprì (qui direttore della fotografia) e Maresco, con le loro incarnazioni vive, laiche, basse e struggenti di una religione morta, che ha smesso di credere in se stessa, i due autori attivano un sistema di rime e rimandi cristologici che nobilitino i detriti e con cui lo spettatore possa giocare compiaciuto, a partire dal titolo e dal nome del protagonista, Salvo, che sta, ovviamente, per Salvatore.

Dalle macerie di un cinema ridotto a museo, dalla ribadita e ribadita fine delle storie, dal termine di ogni flebile credenza, i due autori elevano quindi una narrazione incredibile, non credibile, la storia di una luce al termine della notte del meridione, di una fiamma di speranza che è solo e soltanto un impossibile miracolo. O forse, un sogno crudo e allucinato, sul lirismo neomelodico delle note dislocate dei Modà: quando Salvo uccide il fratello di Rita, si siede su un divano, ferito. Poi, sul finale, vi ritorna. Ma la ferita, questa volta, è speculare alla prima. E allora forse Salvo non si è mosso di lì, forse siamo di fronte a uno specchio, come quello dinnanzi a cui Rita ricomincia a vedere, forse siamo in una storia di fantasmi, chiamati desiderio. E sono echi programmatici, questi, che accendono enigmi e invitano a possibili soluzioni, suggestioni che accentuano il coinvolgimento dello spettatore. Basato su una dialettica certamente non inedita tra materiale fossile e appropriazione bassomimetica di un mito, una retorica amata dal pubblico dell’art film e qui ammorbidita in toni tra il pop e il midcult, con calibrata passione cinefila per il genere (il nostro western terzomondista, il polar marsigliese), Salvo no, non è il cinema che ci infiamma. Ma è un ottimo prodotto, ipotesi concreta di un film di genere e ambizione autoriale, in dialogo strettissimo con le forme integrate del mercato internazionale.