Commedia

SACRO E PROFANO

Titolo OriginaleFilth and Wisdom
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Genere
Durata81'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia
Costumi

TRAMA

Londra oggi. Sogni e delusioni di tre coinquilini squattrinati, un musicista ucraino, una ballerina di danza classica e una farmacista dall’animo missionario. Attorno a loro una varia umanità.

RECENSIONI

If you want to reach the sky, fuck a duck and try to fly

La filosofia dell’opera è esposta da subito e servita allo spettatore senza filtri. A.K., immigrato ucraino di stanza a Londra e aspirante (gypsy-punk)rockstar che nel frattempo sbarca il lunario soddisfacendo a pagamento le fantasie sadomaso di svariati gentlemen, si rivolge al pubblico e spiega come il bene e il male, la sporcizia e il candore, il giusto e l’errato siano inestricabilmente legati, quasi fossero un’inclinazione casuale della testa che può risolversi come nulla nella direzione opposta, per arrivare alla conclusione che ad ogni modo without filth there can be no wisdom, without darkness no light. Filosofia più che spicciola, ça va sans dire, ma sciorinata senza alcuna enfasi, anzi col sorriso sminuente dell’ubriaco disincantato, infarcita di sedicenti detti popolari consapevolmente kitsch, e terrignamente laica nonostante la traduzione italiana del titolo investa sul “sacro e profano” forse per cavalcare l’immagine radicata nell’immaginario provinciale italico della cantante/artista iconoclasta e provocatrice dei dettami vaticani. Sequenza emblematica: la ballerina classica che con leggiadra temerarietà lotta contro uno scarafaggio e vince.
Era inevitabile. Dopo essersi cimentata diversi anni davanti alla macchina da presa in interpretazioni per lo più fischiate (anche se io l’ho trovata molto efficace almeno in un paio di occasioni, quando il ruolo ricoperto vampirizzava il suo status di icona pop o creava con esso un folgorante corto circuito, ad esempio nel generalmente poco amato Evita di Alan Parker o in Occhi di serpente di Abel Ferrara), Madonna decide di passare dietro l’obiettivo. E lo fa con un’opera esile, episodica ma innegabilmente “personale”, sbilenca e sgangherata che però di questa sgangheratezza non riesce a fare stile, tracimando spesso nella sciatteria. La scelta di uno sguardo “sporco” non è supportata da una solida personalità registica e il patchwork di stili espositivi (la tranche de vie, il videoclip, il concert-movie, il grottesco) finisce troppo spesso per collocarsi nel territorio dell’indie-arty. Eppure la sincerità narrativa coniugata all’assoluta mancanza di presunzione rendono quest’operina non del tutto disprezzabile (e probabilmente anche migliore di altre operine accolte invece con minor severità dalla critica internazionale) e le conferiscono una certa dose di inattesa simpatia.
Nelle storie e nei percorsi dei tre protagonisti del film sembra condensarsi in qualche modo il Madonna-pensiero. Dell’ucraino A.K. (impersonato con strafottente e autoironica energia dal leader dei Gogol Bordello, Eugene Hutz) e dei suoi sogni di gloria sui palchi rock si è già detto. Con lui condividono un animato appartamento Holly che studia da ballerina classica e nel frattempo si adatta a fare la spogliarellista e la pole-dancer in un locale di quart’ordine e Juliette che lavora in una farmacia ma sogna di andare in Africa come missionaria per aiutare i bambini sofferenti. A.K., Holly, Juliette, tre strade testarde e tre tenaci aspirazioni, la musica, la danza, la filantropia. Ricorda qualcuno? E ancora il mito, tutto americano ma trapiantato nel più vivace ed esuberante multiculturalismo londinese, del self-made (wo)man, la solidarietà trash-bohème tra reietti ed emarginati, la celebrazione della gavetta come percorso quasi ascetico, il gusto per il travestimento come altra pelle non meno veritiera dell’originale, la sessualità vissuta senza sensi di colpa e senza moralismi fin nelle sue perversioni più bizzarre. In tempi di crisi globale però anche i sogni vanno ridimensionati e le aspirazioni sfrontate degli anni ’80 non possono più avere luogo. Le vittorie sono piccole: una sudata esibizione sul palco di un piccolo e fumoso club, un mazzo di soldi decisamente più gonfio del solito e un biglietto di sola andata per l’Africa. Il trionfo e la gloria sono decisamente lontani.
Resta da chiarire però attraverso quale tipo di “sozzura” si raggiunga la sospirata “saggezza” perché qui l’approccio di Madonna, forse a forza di non volere apparire, a cinquant’anni, anacronisticamente e banalmente provocatoria finisce con l’ottenere il risultato dell’edulcorazione. Il sudicio non è mai davvero sudicio (al più, un sudicio pronto a trasformarsi in fashion, come il body fucsia del video Hung up), la fatica della sopravvivenza quotidiana viene troppo presto smussata nel sorriso e nella trovata strampalata (il localaccio dove si esibisce Holly perde in un attimo qualsiasi allure sordida per trasformarsi in innocuo rifugio, il rapporto conflittuale di Juliette col superiore indiano innamorato di lei è farsesco e nulla più), gli accenni al dolore dietro le quinte passeggeri e poco incisivi (ci sono fantasmi paterni minacciosi nel passato di alcuni personaggi), anche le sessioni sadomaso en travesti sono risolte con forse eccessiva bonomia per essere poi assorbite sul finale nell’ortodossia matrimoniale. In più c’è sempre a disposizione l’alibi della “cultura alta”, quella lontana dalle accademie e dai centri di potere, bistrattata e dimenticata, sepolta a pianterreno nel personaggio del Professor Flynn (un Richard E. Grant che mischia classe e patetismo), poeta gay cieco che vive recluso nella sua casa e non scrive più da tempo, la cui arte però può convogliarsi in nuove forme e ricircolare per le strade, come avverrà nel finale con i suoi versi cantati da A.K. e la sua band. In definitiva, la “saggezza” cui si approda non è filmicamente così lontana da una consolatoria commedia sentimentale hollywoodiana, seppur low budget e con un occhio aperto sulla dimensione sociale e l’umorismo acre del cinema britannico dagli umori indipendenti.
Non è un caso poi se il titolo Filth and wisdom richiami quello del documentario del 2000 The filth and the fury nel quale Julian Temple (ri)raccontava la bruciante avventura e i multiformi eccessi dei Sex Pistols. La carica quasi punk di Madonna nei suoi esordi underground newyorchesi ha abbandonato presto il furore per ricercare la (presunta) saggezza del pop. Filth and wisdomnon fa che legittimare la presenza di una giusta dose di follia in una vita comunque “regolare”. La destinazione, come conferma anche il monologo iniziale di A.K., è sempre il paradiso.