Drammatico

ROSA E CORNELIA

NazioneItalia
Anno Produzione2000
Durata90'
Tratto dadalla commedia L'attesa di Remo Binosi
Fotografia
Scenografia

TRAMA

In una villa della campagna veneta, a metà Settecento, la sguattera Rosa e la padroncina Cornelia, complici due intempestive gravidanze, scopriranno che cosa siano la complicità, l’amicizia, l’affetto, prima che gli eventi precipitino irrimediabilmente ed orrendamente.

RECENSIONI

Pur sostenuto da un'impeccabile ricostruzione scenografica (le riprese sono state effettuate in un'autentica dimora patrizia del Vicentino), il film di Treves non ha nulla del polpettone alla Ivory, e non è neppure una preziosa, leccata metafora, elegantemente impaginata, della vita, una sorta di rappresentazione barocca: è la vita, pura e schietta, persino brutale. 
Sotto la crinoline o lo zendale, nei deliziosi boschetti o nelle sale affrescate, gli umori, le contraddizioni, le lacerazioni dei personaggi sono le nostre, come il linguaggio colorito e le azioni forti, quasi spudorate: insomma, anni luce dal Settecento tutto colori tenui che siamo abituati ad immaginare. 
Una tavolozza di grigi fangosi, resi a tratti più brillanti dalle fiaccole: in questo scenario spoglio, lontanissimo da ogni suggestione rococò, i temi intorno ai quali si snoda la narrazione sono la maternità, indesiderata e/o accettata, il denaro e le sue conseguenze, ad esempio il difficile rapporto tra persone appartenenti a ceti diversi, ma soprattutto il ruolo della donna, costretta ad accollarsi i compiti più ingrati, mentre l'uomo (come il giardiniere Lorenzo, o i padri dei due bambini, o il genitore di Cornelia) resta nell'ombra, sornione ed implacabile voyeur. 
La figura femminile, incarnata da quattro personaggi (le ragazze, la "signora madre" e la balia), è oppressa e combattuta tra l'integrazione, come elemento subordinato, nella società (la madre di Cornelia, Cornelia stessa), l'aperta ribellione (la sensuale, indomita Rosa) e la disillusione (la vecchia Piera): ma la vita che la donna è in grado di dare non potrà essere estinta tanto facilmente, sembra suggerire il finale, e in questa forza generatrice risiede il suo potere, eterno, indomito.
Tutto questo è narrato con un tono colloquiale, non predicatorio, quasi da camera (appunto). Ed è un peccato che la parte di Cornelia sia massacrata dalla dilettantesca prova di Chiara Muti (figlia del maestro Riccardo), la quale, indubbiamente elegante, è però troppo manierata ed enfatica per essere coinvolgente: un'attrice (dice lei) schiacciata dalla presunzione, che scambia le smorfie e gli isterismi di maniera per espressioni altamente tragiche (punta all'Oscar?). Perfetta, commovente e persino disturbante nella sua verità, Stefania Rocca, che in autentico stato di grazia fa di Rosa la vera eroina, sensuale, buffa e tragica, della vicenda. Buoni i comprimari, come sempre speciale la Cenci.
Qualche lungaggine (l'inutile, cartolinesco prologo in maschera), qualche indulgenza all'origine teatrale della storia, ma anche un talento innegabile per la narrazione e un gusto filosofico (questo sì, settecentesco) capace di trasformare ogni scena in un capitolo di un'educazione al sentimento e alla vita.