Drammatico

ROOM

Titolo OriginaleRoom
NazioneIrlanda/ Canada
Anno Produzione2015
Durata118'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Emma Donoghue
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Il piccolo Jack viene accudito dalla sua amorevole madre che fa di tutto affinché sia felice ed al sicuro, ricoprendolo d’amore e passando il tempo a giocare e a raccontargli storie. La loro vita però, è tutt’altro che normale.

RECENSIONI

All'inizio Room sembra il film su una dura quotidianità domestica, la storia di una madre che tira avanti. Gradualmente il racconto rende lo spettatore consapevole che quella stanza nella quale si svolgono tutte le azioni è una prigione, che Joy, la protagonista, vi è reclusa, che il suo bambino è stato concepito ed è nato lì, che quest'ultimo non sa cosa ci sia al di fuori di quelle quattro pareti. Che soprattutto non ha un'idea della realtà, confuso com'è dalle immagini che il televisore rimanda e che mescolano tutto. Informazione, fiction, cartoni animati - per chi non ha esperienza del mondo - diventano un coacervo di elementi impossibile da elaborare correttamente. Come si può comprendere la differenza tra la realtà e l'immagine della realtà se non si è mai sperimentato il fuori? Come fa un bambino che non ha mai conosciuto altro che il capanno nel quale è segregato, a comprendere la crudeltà di cui la madre e lui stesso sono vittime? Come nel mito della caverna di Platone (gli incatenati nella grotta vedono solo le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte, verso la quale il loro sguardo è forzatamente rivolto), il bambino, tagliato fuori dall'esperienza concreta del mondo, non è in grado di decifrare quanto riprodotto dallo schermo televisivo, distinguere ciò che esiste da ciò che è solo il frutto di un illusionismo visivo o di un effetto speciale. Il film nella prima parte si occupa soprattutto di questo: la strenua volontà di una madre di far comprendere al figlio, il cui orizzonte di conoscenza è stato limitato brutalmente, che cosa c'è al di fuori della gabbia in cui sono rinchiusi e come funziona.
A questo segmento claustrofobico ne fa riscontro un altro in cui l'intreccio, dapprima basato sul racconto di un limite, si dispiega nella narrazione della scoperta del mondo, del modo in cui i due protagonisti la affrontano. Di una seconda nascita, anche, più traumatica, complessa e problematica della prima e che, determinando la necessità per la protagonista di collocare il figlio al di fuori del legame esclusivo che fino a quel momento aveva esaurito la sua vita sociale, rimette in discussione lo stesso modo di concepire il rapporto genitoriale, situazione che si specchia con il rinnovarsi del rapporto di Joy con una madre che la riteneva perduta.

In questo senso il mondo si rivela un’altra collezione di gabbie: mentali (il padre di Joy che non riesce ad accettare il nipote, frutto di una violenza), sociali, etiche; di schemi familiari consolidati che vengono minacciati, di protocolli medici da rispettare, di ritualismi comportamentali. Nel mondo, dopo la categorica bipartizione che ha contraddistino le esistenze dei due protagonisti (un dentro, un fuori), non solo le possibilità si dimostrano infinite e le prospettive molteplici (ciò che apre a qualcosa chiude qualcos’altro), ma la situazione che si va a vivere è segnata dall’eccezionalità della condizione dei due (il loro essere superstiti di un’esperienza traumatica ha avuto e continua ad avere contraccolpi anche sugli altri) e dall’invadenza dei media. In questo smarrimento (con tutto quello che implicherà, tentativo di suicidio compreso) si spiega il necessario ritorno al luogo primario - la camera - per riconsiderarla alla luce della nuova situazione e definitivamente superarla.
In Room il regista Lenny Abrahmson gestisce molto bene l’angosciante, teatrale prima parte, in cui da un lato si restituisce in modo sfaccettato un percorso evolutivo e di liberazione progressiva (scatole cinesi: dall’armadio, alla stanza, allargando via via) che parte da premesse limitatissime (si guardi l’intera filmografia del regista, a partire da Garage), dall’altro si rappresenta con grande efficacia un panorama sensoriale (tutta la sequenza del ritrovamento del bambino, del suo balbettante racconto fino alla liberazione della madre, è tesa, potente).
Meno riuscita la seconda parte in cui la molteplicità di implicazioni legate alla nuova situazione dei personaggi principali (cfr. What Richard Did), la gestione della vita libera del piccolo Jack, nato e cresciuto in cattività, appare semplicistica, schematica, poco elaborata.
La voce fuori campo del bambino, che descrive la sua visione delle cose e il progressivo aprirsi alla conoscenza della realtà, poi, se cerca di rappresentare il percorso secondo una logica (inconsapevole, proprio perché infantile) disincantata e giocosa che stempera l’orrore della rappresentazione della sua condizione, alla resa dei conti suona come  puro orpello che, anziché rafforzare gli assunti, li depotenzia in nome di un ammiccante poeticismo che stride molto col tono concreto e a tratti ruvido, che domina il lavoro.
Oscar a Brie Larson, migliore attrice protagonista.

Room: un bambino di nome Jack e la sua mamma che vivono in una stanza. Le presenze della quotidianità di Jack sono divise tra realtà e finzione, con la televisione a veicolare la rappresentazione di un universo che esiste solo al suo interno. Il resto del mondo entra di sfuggita con un topolino, una foglia secca, una macchinina regalo, una voce e un'ombra sbirciata dal rifugio dell'armadio. La prospettiva avvolge fin dalle prime scene anche lo spettatore, inscatolato a tradimento e blandito allo stordimento da bugie e favole nere (Alice, Montecristo). Il protagonista infatti ha 5 anni, ed è selvaggio a metà, come simboleggiato dai lunghi capelli, ma anche socializzato da ore ed ore di televisione ogni giorno, con una contraddizione surreale. Le sue percezioni sono esplicitate dal monologo interiore tipicamente infantile, chiarificatore e tautologico.
Accanto a lui una madre a tempo pieno che fa lavare bene i denti e fare sport, che legge fiabe e canta canzoni, che costruisce collane di gusci d'uovo.
Attraverso di lei si svela lentamente il segreto dei due personaggi, colti nell'attimo di rottura di un equilibrio portato avanti e difeso per anni. Fin quando la giovane donna intuisce il pericolo incombente e cambia strategia, rinuncia alla rassicurante anestesia trasmessa ad un figlio troppo piccolo e, rischiando tutto, inizia a trattarlo da grande. Le fiabe divengono verità - al punto che il bimbo, disabituato, le rifiuta. Escogitando piani ispirati proprio a Il Conte di Montecristo, Mamma ritorna Joy e mette la sua intera sorte nelle mani più deboli.

Per lo spettatore, ammaliato per tre quarti d'ora e poi inchiodato alla sprovvista dalla tensione, tutto finisce troppo rapidamente. Uno stratagemma improbabile, una strada per la salvezza che scorre come al rallentatore, al pari del "dialogo" decisivo, e quasi afasico, con la poliziotta, poi il sipario sul primo tempo. Al secondo tentativo di fuga la pellicola raggiunge il suo clou e, solo a metà della sua durata, cala drasticamente. Il film è infatti seccamente diviso in due parti contrapposte (dentro e fuori la stanza).
Il cielo che era sempre stato un rettangolo si svela nella sua interezza per lunghi momenti di stupore assoluto. Il mondo reale stordisce e inebetisce. La fase di metabolizzazione del trauma, però, è più ordinaria rispetto a quella della prigionia, con il vissuto visionario di un essere umano nato e cresciuto in cattività. I suoi passaggi sono più convenzionali e gridati - la gioia isterica e poi controllata, il confronto con la solita stampa sciacalla, la rabbia e le liti, la depressione e l'apatia, fino al necessario distacco dal figlio. I due protagonisti che "provano tutto" per recuperare gli anni di nulla.
Ci sono comunque sprazzi di luce ad illuminare gli sviluppi di una storia che appariva già conclusa.
"Io avevo un cane", immaginario perché proiezione di un futuro mai arrivato. L'addio alla stanza che stanza non è mai stata, ovviamente; prevedibile ma solido.
Room è fedele al suo impianto. E' la stanza a restare dentro nei mesi successivi alla liberazione, soprattutto per quanto riguarda il piccolo Jack. Non l'aguzzino, che esce di scena in modo secco e definitivo molto prima dell'epilogo. Quell'isolamento ed esclusione che hanno generato la simbiosi tra madre e figlio, togliendo centralità anche all'orrore, depotenziato in un meno minaccioso "vecchio Johnny", sono il cuore della storia: solo all'allontanamento della madre Jack riesce a relazionarsi in modo non mediato con altre persone.
Una grande intuizione, una narrazione ed uno sguardo visionari e simbolici che, per almeno metà della pellicola, si fanno anche grande esperienza per il pubblico.