Commedia

ROMA (1972)

TRAMA

La Roma dei ricordi d’infanzia a confronto con quella moderna.

RECENSIONI

In allegra malinconia, un Fellini sempre più episodico, generoso, debordante, grottesco, bozzettistico e disancorato dalle regole che, attraverso i “salti” (temporali e non) cerca il confronto per restituire la propria “visione” della capitale italiana. L’autobiografismo s’inserisce negli episodi del passato, dalla scuola cattolica (con immancabili sberleffi sconci) all’avanspettacolo borgataro (grande rievocazione), cercando quadri il più possibile corali, in cui “palpare” l’anima popolare cafona e vitale. Per restituire il presente, invece, l’autore sceglie la via (pseudo) documentaristica con voce fuori campo, intento a sottolineare quanto tutto si sia trasformato in caos e degrado: dalla sequenza più bella del film, tragica, grigia e piovosa, sul Grande Raccordo Anulare (che inventiva, che movimenti di macchina!), a quella finale in cui una banda di motociclisti invade la città di notte, rivedendola in soggettiva con la velocità e il rumore del moderno. L’oggi (di allora) ha i turisti, i latin lover e i giovani contestatori, simpatica generazione esorcizzata dai sogni/incubi felliniani, cui l’autore risponde, a proposito del proprio disimpegno politico, “Si deve fare ciò che ti è congeniale”. Il talento visionario spazia dal Circo Massimo al Casino, attraversato da tabù cattolici e loro feroce dissacrazione (la rassegna di moda ecclesiastica, con un Papa adorato come il Dio Sole), da complessi sessuali e loro sfogo (con le solite baldracche poppute, laide e pittoresche), dal volgare-demenziale che diventa affabulazione sublime. Fellini addita il progresso a favore della memoria (gli scavi per il metrò distruggono gli antichi affreschi) e, come un archeologo, scopre Roma a strati, plebea e patrizia (la principessa Domitilla fra uomini decrepiti, in una luce crepuscolare e decadente come l’aristocrazia che rappresenta), fascista e cinematografica (il volgo e il peplum che lo incanta), gastronomica e canterina (la sequenza al ristorante: che caricature!). Lascia a Gore Vidal l’aforisma più esauriente su questo (non) luogo delle illusioni (Chiesa-Governo-Cinema), popolato di “gatti” (gente “neutrale”), sito ideale dove aspettare la…fine del mondo. Anna Magnani è invece il testimonial di una città insieme nobile e stracciona. Alvaro Vitali fa “Fred Astaire”. La versione estera (e quella Tv) sono orfane delle apparizioni di Mastroianni e Sordi.