Commedia

ROCK THE KASBAH

Titolo OriginaleRock the Kasbah
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Genere
Durata106’
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Richie Lanz, manager musicale fallito, accetta un tour in Afghanistan: lo aspetta una grande scoperta.

RECENSIONI


Barry Levinson romanza la storia di Setara Hussainzada, prima donna a cantare in diretta televisiva nel programma Afghan Star, ma non sceglie la prospettiva della ragazza: come De Niro in Disastro a Hollywood, come Pacino in The Humbling, anche qui il protagonista è un anello dell’industria dello spettacolo in crisi, Bill Murray/Richie Lanz, manager musicale decaduto che “continua” il produttore hollywoodiano e l’attore teatrale dei film precedenti. Frammenti del declino di un sistema, quelli di Levinson, inscenati da un cineasta che opera al suo interno, attraverso varie figure che in realtà sono sempre la stessa, e suggeriscono apertamente quella del regista. Richie/Levinson/il Sistema è in disgrazia, dunque, e prova a innescare un movimento per spaccare la sua stasi: andrà in Afghanistan per un improbabile tour, qui si accoderà al cinema occidentale che mette in parodia l’Oriente, ma senza la “vera” scorrettezza di un Baron Cohen bensì con cenni di ironia socio-culturale (si spara, siamo a Kabul) che non vuole disturbare. Il punto è piuttosto il cammino di Richie che, secondo il tipico percorso di rinascita del genere, quando ha tutto contro pesca il jolly, la donna che canta nella grotta, e sfida la tradizione per lanciare l’artista. Seppure sia un bugiardo patentato, egli nel rapporto manager-cantante ripone un imperativo etico: c’è stata stretta di mano, e allora non si può tradire, ecco quindi l’ennesimo looser americano che davanti al dubbio fa la cosa giusta.


Lo sceneggiatore Mitch Glazer, già autore di S.O.S. Fantasmi, scrive “un classico film alla Bill Murray” (dal pressbook), genere a sé, e consegna la commedia di guerra al regista di Good morning, Vietnam: nel suo obiettivo scoperto (guardare il poster: Murray a 360 gradi), il problema è che tralascia gli altri elementi, a partire dalla vicenda (presunta) fondamentale di Salima che è avviata con un grave difetto di credibilità, Richie la ascolta per pochi secondi ed è scientificamente sicuro del successo. La trascuratezza complessiva si applica poi alle altre curve, dal conflitto tradizione/modernità all’interno della società islamica, palesemente scritto da un occhio esterno, alla vita in tempo di guerra con le esplosioni che servono appena un paio di battute. Al minimo i personaggi di contorno, impegnati a rifare i rispettivi stereotipi senza auto-consapevolezza né ironia: il solito duro minerale (Willis), la solita prostituta di cuore (Hudson). Tutti sanno che basta approssimare quando il centro è un altro, lo stand-alone di Murray che si ripete automatico (A Royal Weekend, St. Vincent ecc.), citazione della citazione, e conferma un’impressione/certezza di questi anni: quando è al centro della scena e senza uno script “forte” l’attore va in perenne overacting sconfinando nel ridicolo (in)volontario (l’esecuzione di Smoke on the Water imbarazza a ogni livello), mentre - al contrario - se inserito in un meccanismo di scrittura compiuto che lo prevede senza renderlo esclamativo diventa misurato e funzionale, come dimostra il Jack Kennison nel finale della miniserie Olive Kitteridge.

Colonna sonora strumentale, nel senso che viene utilizzata unicamente per sottolineare significati: tra puntualizzazioni (Pop Star sui titoli di testa) e classici scontati (il sogno si avvicina: Knockin’ on Heaven’s Door), resta solo la cover di Wild World di Cat Stevens “riscaldata” dalla voce di Leem Lubany, che può suonare come allusione alla selvaggità del contesto. Troppo esplicativa, anche per questo film, la scelta di Peace Train nel finale.