Drammatico

RICORDATI DI ME

TRAMA

Una famiglia della borghesia italiana d’oggi sull’orlo della crisi, tra incomunicabilità, egoismo, fragilità, ognuno cerca un modo per uscire dalla normalità: il marito si fa l’amante, la moglie si dà al teatro, mentre la figlia rincorre il successo come velina e il figlio attraversa l’adolescenza alla ricerca di conferme dai suoi coetanei.

RECENSIONI

Muccino, regista della fuga d’amore e della crisi della famiglia, torna dopo il successo mondiale de L’ultimo bacio (settimo nella classifica delle migliori pellicole del 2002 di Entertainment Weekly), e ritorna con i suoi temi più cari. Questa volta narrativamente più ambizioso, Muccino decide da una parte di riprendere il discorso sulla difficoltà che incontra la famiglia nell’era contemporanea (L’ultimo bacio), dall’altra prosegue il suo discorso sociologico sul sottobosco giovanile (Ecco fatto, Come te nessuno mai) definendolo in chiave di precarietà sentimentale e subordinazione culturale verso modelli imposti dal di fuori (no global o televisione). Il modello di famiglia che ha in testa Muccino è però sempre lo stesso: luogo di perdita dell’identità individuale e di compromessi sociali. La famiglia è il luogo per eccellenza della perdita del sé, è un labirinto di corridoi e di stanze, dove ognuno vive lo spazio secondo le proprie esigenze e costruisce la propria vita all’interno di mura che separano invece che proteggere. La casa non è un luogo dove costruire la sicurezza e ricondurre il caos del mondo esterno ad un ritornello di gratificante identità. La casa è lo spazio topico della rottura e del conflitto, l’esterno è invece il luogo della scoperta, della conquista sentimentale o dell’indipendenza economica o culturale. L’interno è il pericolo, l’esterno è la via di fuga. Ma dove porta quest’ideologia della fuga. Muccino è chiaro e ideologicamente schierato: le donne possono disinteressarsi del nucleo famigliare e inseguire le proprie aspirazioni, gli uomini devono farsi carico della famiglia o dell’amore ma non possono emanciparsi dallo spazio famigliare o dalla dipendenza sentimentale. In questo Muccino è spudoratamente incapace di prescindere dall’immaginario di classe (“Il sottoproletariato non esiste più”) e dalla cultura sessuale dominante (“Sono le figure femminili in particolare ad essere più risolute”). Questo potrebbe essere il limite maggiore di Muccino, se non fosse che a Muccino interessa di più la forma della sostanza. La forma narrativa preferita da Muccino è il finale aperto al ribaltamento: i personaggi più legati ai loro ruoli sociali (Giulia ne L’ultimo bacio, Carlo in Ricordati di me) alla fine hanno una possibilità di emanciparsi dal destino. Se il deus ex machina li aveva schiacciati sul loro destino di subordinazione sentimentale e materiale, l’ironia (l’indecisione?) di Muccino chiude sull’apertura di un nuovo atto che rimette tutto in discussione. La forma del cinema di Muccino si basa, invece, su due elementi: la recitazione e l’eleganza. Il cinema di Muccino è un cinema recitato in funzione dell’inquadratura. In questo sta la sua grandezza e il suo limite. Muccino costruisce gli elementi dello spazio secondo un profilo significante chiarissimo ma limitato all’inquadratura. Non è in grado di rendere percepibile allo spettatore il ritmo dell’alternanza delle inquadrature. La mono-dimensionalità del cinema di Muccino deriva dal linguaggio da spot che caratterizza la sua tecnica: incoerenza di spazi e oggetti, e soprattutto di tempi privi di scansioni costruttive. La frantumazione dell’eleganza sulla singola inquadratura o sul singolo movimento della Steadycam è perfetta per definire lo spettatore nel suo ruolo di costruttore dell’unità del discorso attraverso la risposta empatica ed intuitiva. Per apprezzare i film di Muccino è necessario condividerne sensibilità e idee. Ed in questo Muccino può definirsi a ragione “uno che scrive per il pubblico”, non ancora uno che scrive attraverso il cinema (inteso come linguaggio specifico). Fulcro della composizione è la recitazione. Il modo migliore per aiutare il pubblico nel suo viaggio attraverso l’inquadratura (la rappresentazione) per scoprirne il significato (l’immagine) è l’espressività del volto umano. Muccino incalza i propri personaggi, illumina i primi piani, cura tantissimo la preparazione alla scena con gli attori, e riesce quasi sempre ad ottenere un discreto risultato (Monica Bellucci). La forma prediletta da Muccino per l’eleganza dell’inquadratura è ancora la sofisticatezza dei movimenti di macchina (Steadycam). In Ricordati di me, riesce ad emanciparsi di più e meglio da chi lo aveva ispirato (Paul Thomas Anderson), ma non riesce ancora a limitare i compiacimenti di macchina e a raggiungere il movimento asciutto e la sottolineatura psicologica (Sergio Leone). Se il limite della composizione era la dimensione espressiva (messa in scena, recitazione, musica, voce over a dire la stessa cosa), il limite dell’eleganza rimane il compiacimento. Muccino ha qualcosa da dire, e in linea di massima, sa come dirlo. Ma questo non significa che dica cose originali o le dica con arte.


Lo specchio del sé insoddisfatto riflette la vanità, l'insicurezza e l'egoismo dei componenti di una famiglia borghese a pezzi: promette alla ninfetta rampante la convenienza dell’apparire sull’essere (con i "Passaparola" televisivi), all’adolescente insicuro di sé la panacea dell’amore o delle amicizie comprate con la marijuana, agli adulti la nostalgia di un passato recuperabile (tornare a recitare la crisi di coppia sul palcoscenico, riprendere le fila di un amore), allo spettatore una finestra sul presente e su di un vissuto in cui potersi immedesimare per riflettere su se stesso, tragicomicamente. Muccino coordina questi riverberi che denunciano l’inganno (l’ingannarsi), li giudica con una voce fuori campo favolistica e predicatoria, frantuma lo specchio per poi rincollarlo come se niente fosse, distorcendo ancora di più l’immagine riflessa. Racconta la famiglia come gabbia che soffoca e ripara, l’inutile ricerca di conferme all’esterno (di noi stessi), la stoltezza del narcisismo (ha citato BELLISSIMA di Visconti), l’amore che non esiste (confuso con l’orgoglio, la paura, l’autostima). Nel momento in cui il nucleo familiare sta per deflagrare, il colpo di scena dell’incidente lo ricompatta, non si sa se per presa di coscienza della propria unicità o se per opportunismo nel momento del bisogno. L’ambiguità non apre allo scetticismo e alla comprensione come ne L’ULTIMO BACIO, contraddice al contempo il rappresentato e il punto di vista del rappresentatore (Muccino) che, tirate le somme, dice (bene) tutto e niente, scoperchia i sassi, addita e fa finta di non guardare, per non prendere posizione e vedersi riflesso anche lui nello specchio del qualunquismo. Comodo.

Il successo cambia le persone, lo dicono tutti e, forse, un fondo di verita' c'e'. Non tanto, pero', chi il successo se lo gode, quanto chi il successo lo giudica. Succede infatti sempre piu' spesso di sentire, a proposito di cantanti, registi, scrittori (diciamo in generale di chi gravita nel mondo artistico), frasi tipo "quando non lo conosceva nessuno faceva cose migliori, adesso si e' sputtanato per piacere a tutti". Come se fosse necessario mettere una barriera tra se stessi, intelligenti, acuti e versatili, e la massa, ignorante, qualunquista e conformista. Sta di fatto che Gabriele Muccino, con il successo, inatteso ed enorme, de "L'ultimo bacio", ha frenato gli entusiasmi di parte della critica piu' "illuminata" che lo ha trovato cinematograficamente furbo, superficiale e borghese (quando pero' Antonioni parlava del ceto medio-alto, tutti ad applaudire fino a spellarsi le mani senza pensare al proletariato!!!). Critica alla "critica" a parte, in "Ricordati di me" Gabriele Muccino resta fedele alla sua idea di cinema, che prevede conflitti affettivi e generazionali espressi con grande energia e senso del ritmo. La storia mostra la progressiva e irreversibile disgregazione di un nucleo familiare in cui tutti i membri sono ossessionati da un'affermazione personale che passa esclusivamente attraverso un riconoscimento esterno. L'unica reale gratificazione puo' avvenire da fuori, da un pubblico (che sia di spettatori, lettori o amici non importa) pronto a dare conferme. In questo quadro c'e' poco spazio per gli affetti che assumono, anch'essi, una funzione prettamente strumentale. Lo sguardo del regista e' cinico nei confronti della famiglia, luogo di ansie, frustrazioni e incomunicabilita', ma i personaggi non sono a senso unico, come capita quando si vuole suffragare una tesi, e vengono mostrati nella loro contradditorieta': chi tradisce (o vorrebbe farlo) rinfaccia i tradimenti, chi non ama sente di amare, chi e' vuoto, o svuotato, pensa di avere tanto da dare. C'e' piu' cattiveria rispetto a "L'ultimo bacio" e i personaggi risultano meno tipizzati, meno simbolici. L'immedesimazione, infatti, non scatta tanto con le nevrosi al limite del patologico della famiglia protagonista, quanto con il contesto di indifferenza, pura forma e incapacita' di comunicare in cui i personaggi si muovono.
Ben scritto, nonostante le forse troppe frasi ad effetto, il film trova i suoi punti di forza nella messa in scena, sempre accurata e credibile, e nella direzione degli attori. Si percepisce la ricerca di un andamento concitato che rispecchi il tormento e la frenesia dei personaggi. In questo senso la colonna sonora di Paolo Buonvino offre ottimi appigli e scandisce con efficacia il racconto. Quanto agli attori, tutti risultano in parte e ben diretti, anche chi appare solo per poche battute: Laura Morante e' bravissima e si dona senza riserve nel ruolo, a rischio macchietta, della madre nevrotica, Fabrizio Bentivoglio ha le espressioni giuste per rendere l'ignavia e l'indolenza del suo personaggio, Silvio Muccino e' un "Come te nessuno mai" tre anni dopo, stessa esuberanza di parole mangiate e idee confuse, l'esordiente Nicoletta Romanoff e' a suo agio sia come ninfetta dalle aspettative di plastica che come figlia insofferente e menefreghista. 
Per una volta, poi, sembra (quasi) vera anche Monica Bellucci che dimostra, meno diva e piu' donna, una verve e un calore inaspettati; tra l'altro, ma questo non dipende dall'attrice quanto dal personaggio, e' l'unica capace di prendere una decisione e di portarla fino in fondo, affrontandone le difficolta' e accantonando, per una volta, i benefici a breve termine del compromesso.
Il cinema di Muccino, piu' che fotografare la realta', rende tangibile un modo di sentire diffuso, attraverso una narrazione scorrevole capace di catturare quasi visceralmente lo spettatore. Unici nei, la fastidiosa voce fuori campo, per fortuna poco presente ma inopportuna e ridondante nel dare parola a stati d'animo gia' comprensibili, e lo stratagemma di sceneggiatura dell'incidente. Pur nel suo utilizzo solo in apparenza conciliatore (e quindi atipico rispetto agli standard in cui dopo un incidente sono tutti piu' buoni e il pubblico piange), risulta un modo un po' banale per sbloccare il destino dei personaggi.

Finalmente gli anti-mucciniani avranno di che (s)parlare: Ricordati di me sembra costruito apposta per suffragare tutte le critiche più ricorrenti che Gabriele Muccino ha suscitato ad ogni film sospinto. La “furbizia” del regista romano è palese ed innegabile, ma se prima una sapiente costruzione drammatica e una regia elegante (del tutto estranea alla caratteristica televisività nostrana) erano riuscite a dotare l’aggettivo “furbo” di connotati quantomeno non-negativi, con Ricordati di me Muccino mostra la corda: i temi del passato sono riproposti e accumulati in ordine sparso, le pretese stilistiche si fanno leziose e insistite (con continui e spesso pretestuose oggettive irreali e arditi movimenti di macchina) e fa il suo poco trionfale ingresso una tendenza a pontificare che lascia più che perplessi. RDM è una sorta di “Ultimo bacio 15 anni dopo” che incontra e ingloba Come te nessuno mai in un ipotetico cerchio trilogico al quale manca la quadratura; i trentenni accoppiati senza un perché sono invecchiati e scoppiati, hanno una prole (troppo) emblematica e diventano schematici simulacri di concetti chiave come “neo-arrivismo/rampantismo”, “superficialità”, “insoddisfazione cosmica”. C’è il padre scrittore mancato promotore finanziario, c’è la madre ex attrice(tta) insegnante frustrata, c’è il figlio sfigato sinistroide spaesato e bisognoso d’affetto, c’è la figlia bella e (non?) stupida pronta a darla al primo taricone per un posto da velina. C’è troppo. E gran parte di questo “troppo” è trattato con presuntuosa superficialità. Se infatti la mucciniana, pessimistica e furbesca visione dell’amore (ridotto a vuoto “concetto” dolorosamente necessario all’umana esistenza) continua a funzionare e in fondo a convincere, lo spaccato sulla post-adolescenza appare davvero assemblato alla meno peggio e manca dell’apprezzabile freschezza e veridicità di Come te nessuno mai, mentre la filippica contro tv spazzatura e suoi corollari sconfina addirittura nel predicatorio di bassa lega, con tanto di personaggi-macchietta e facili moralismi. Inutile e ridondante la voce off che di tanto in tanto irrompe con linguaggio poeticoide; troppe, e dunque svuotate di vigore/significato, le “sfuriate” à la Giovanna Mezzogiorno ne L’ultimo bacio; inaspettatamente decente la Bellucci che fa un primo, timido passo avanti nella sua “carriera” di attrice.