Drammatico

RICCARDO III (1995)

Titolo OriginaleRichard III
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1995
Durata104'
Tratto dadal dramma di William Shakespeare

TRAMA

La sanguinaria ascesa al trono e la repentina caduta di Riccardo, duca di Gloucester.

RECENSIONI

Oggi sembra quasi incredibile, ma solo pochi anni fa Shakespeare era considerato, da produttori e (salvo eccezioni) registi, una vera iattura: 'lungo', 'difficile', 'noioso'. Poi, quasi senza preavviso, un'esplosione di adattamenti tale da intasare gli schermi. Qualcuno, compreso miracolosamente che il Bardo, come ogni autore classico, parla di e a tutte le epoche, ha avuto la brillante idea di riciclare un vecchio espediente comune a troppi registi di opere liriche, l'indiscriminata trasposizione del dramma in epoca presente. Questa pratica, associata ad una disinvoltura non di rado colpevole nell'approccio ai testi (figure chiave che spariscono nel nulla, scene eliminate senza ragione, dialoghi immiseriti dai tagli), ha finito per produrre film corti e semplicistici, ma ancora più noiosi del (presunto) modello.Il film di Loncraine ha dei difetti, ma anche un pregio non trascurabile, quello di collocare la parabola del mefitico sovrano in un contesto plausibile ed esteticamente avvincente, quello di un'immaginaria, ma non irreale, Inghilterra nazista, afflitta da una guerra civile intermittente, fra lo splendore jazz delle stanze della casa di York e le macerie industriali dei campi di battaglia: questa scelta è dovuta non a velleità (post)moderniste alla Luhrmann, ma al tentativo di aggiornare la superficie dell'opera senza tradirne il contenuto. È facile ribadire l'importanza di un approccio filologico al teatro elisabettiano, ma un simile atteggiamento aprioristico può presentare un alto tasso d'ipocrisia. Kenneth Branagh ha ambientato il suo 'Hamlet' in un anacronistico Ottocento da operetta, e il risultato non è stato affatto deludente.I l buon William ha scritto questa tragedia - in base a quello che possiamo evincere dalle fonti - in un periodo compreso tra il 1591 e il 1594, a poco più di un secolo di distanza dagli eventi trattati (l'opera si conclude con l'inizio del regno di Enrico VII, nel 1485), ed il ricordo di un'epoca così turbolenta doveva essere ben vivo nella memoria del pubblico londinese: dove trovare, nel nostro passato recente, un periodo maggiormente imbevuto d'orrori fratricidi e 'perverso' fascino di quello della seconda guerra mondiale? Riccardo, uomo di potere votato alla solitudine, oppresso da incubi e rimorsi anche peggiori di quelli che tormentano Macbeth o Claudio, a suo confronto semplici dilettanti in tema di eliminazione dei congiunti, è un titano, dotato di un carisma potente fino alla neuropatia: ricorda nessun dittatore novecentesco?Parecchi tagli e manipolazioni, ma il cruento crepuscolo degli dei che si consuma nei saloni della corte inglese, tra serate di gala, rendez-vous assassini e riunioni militari non manca di avvincere anche gli spettatori più 'disimpegnati' e recalcitranti. E se Loncraine regista non è dotato di un'originalità stupefacente (anche perché lo stesso allestimento era già stato proposto a teatro da Richard Eyre) e s'impantana un po' nelle scene d'azione, funziona meglio come cosceneggiatore e talent restorer: Robert Downey jr. dimostra che, almeno a livello di recitazione, un suo rilancio è (avrebbe potuto essere) possibile, la Bening e la Scott - Thomas sono icone di risplendente dolore, la Smith risulta quasi insostenibile nel suo orgoglioso sadismo 'materno'. McKellen? Un mostro.

Deforme dentro e fuori, serpe rampante del potere, vittima della Natura crudele, giuda predestinato e animale ferito (gli sceneggiatori Loncraine e Ian McKellen, previo commediografo Richard Eyre, tengono molto a sottolineare quest’ultimo aspetto): il personaggio shakespeariano subisce un’insolita declinazione e le prime inquadrature sono le impossibili oggettive di un telegrafo e di un carro armato. Una nuova finestra temporale per un’opera senza tempo: gli anni trenta sono sporcati con suggestioni scenografiche e costumi non collocabili, con riferimenti sparsi o predominanti (palese il parallelo con il nazismo), in una visionarietà affascinante dal fare ironico e grottesco. Un atto originale nato prima a teatro, sempre con il fondamentale Ian McKellen (sguardo espressivo ed inquietante, portamento mellifluo), ora trasposto al cinema dal televisivo Loncraine (Orso d’Argento a Berlino): l’intento di vestire di (post)moderno il Bardo, però, fallisce nel momento in cui il piano preservato del testo originale (“L’Inverno del nostro scontento”, “Il mio regno per un cavallo” ma su di una jeep…) non si amalgama, corre solo parallelo a quello figurativo, ricercato e spesso sorprendente (non mancano immagini “forti”, come la lama che trapassa la vittima e il ragno sul volto della deceduta). Paradossalmente, più il profilmico s’inventa e movimenta cambiando la scena, più salta all’orecchio, stonato, lo iato con una prosa spossante nel teatrale, con linguaggio evidentemente disancorato, fino allo straniamento brechtiano involontario od opinabile: vedere la scelta, più da palcoscenico che fautrice di consapevolezza, del protagonista che si rivolge alla macchina da presa e al pubblico (colpo di genio, però, l’attimo in cui Riccardo si “accorge” del nostro sguardo). Rincorrendo la matrice surreale, poi, si perde l’aderenza realistica, la sua “emozione”, cosa che Shakespeare non avrebbe mai voluto. Laurence Olivier, nell’attualizzare il commediografo con fare meno appariscente, è stato più avveduto (funzionavano meglio anche i suoi sguardi in macchina), e Derek Jarman, altrettanto “appariscente” e iconoclasta, con il suo Edoardo II è stato più rivoluzionario.