Animazione

RIBELLE

TRAMA

La principessa scozzese Merida non vuole essere una principessa.

RECENSIONI


Siamo viziati, su questo non c'è dubbio.
Impreparati ad accettare un film tecnicamente ineccepibile, ma grazioso e niente più.
Non dopo la tripletta Wall-e, Up, Toy story 3.
Non solo, se paragonato a questi tre capolavori, The brave semplicemente non esiste, ma anche confrontato con l'ultimo Disney "regolare", Rapunzel, risulta meno divertente e meno coinvolgente. E palesemente più vecchio e convenzionale.
Anche provando a prescindere da elementi di confronto imbarazzanti, il nuovo film ha nel proprio soggetto una tangibile debolezza. Trama troppo classica, infantile, "di formazione" nei temi, troppo lineare, diciamo pure scontata e senza guizzi nello svolgimento. Lo avremmo definito un Disney "minore" vecchia maniera, non avesse avuto il timbro Pixar.
Il cuore di The brave risiede in un rapporto madre-figlia raccontato ai bambini, prima ancora che - come la macchina promozionale voleva lasciar intendere - nelle avventure di un'eroina, si fa per dire, che è solo una prevedibile adolescente insofferente alle convenzioni ed alle imposizioni. Dalla bella addormentata alla Sirenetta, dalla Jasmine di Aladdin a Pocahontas, fino a Mulan, nessuna principessa ha mai preso di buon grado i doveri ed i lacciuoli imposti dal sangue blu, ed in particolare la costrizione ad un matrimonio non scelto. Con Merida si racconta la stessa storia, anche se il percorso di ravvedimento genitoriale è in questo caso un po' più singolare e spiazzante (nessuna madre era mai stata trasformata in orso prima di comprendere l'inconsistenza della forma rispetto alla sostanza ed il valore della libertà). La ribelle è un maschiaccio che padroneggia arco e frecce ed ama scalare rocce altissime a mani nude con la stessa naturalezza gratuita e un po' ridicola dell'agente Ethan Hunt (M:I2). C'è pochissimo vissuto e poco materiale di sogno nei desideri di questa protagonista un po' sfocata, che difficilmente coinvolgerà nel profondo a meno di essere una quindicenne cui viene costantemente proibito di vestire come vuole ed uscire la sera. Impossibile quindi trovare ombra della commozione matura ed irrefrenabile provata con Up, Wall-e e Toy story 3, o del lirismo di queste pellicole.
Questa istintiva insoddisfazione finisce per far trascurare fin troppo i pregi del film, che è prima di tutto visivamente splendido; la scena finale, ad esempio, è di tale perfezione da sembrare ripresa dal vivo anziché animazione. Ci sono poi trovate divertenti, anche se forse non sono abbastanza numerose: alcune goffaggini della mamma divenuta orso, la "segreteria telefonica" della strega. La generale simpatia del re, delle famiglie dei candidati alla mano di Merida, dei gemelli monelli rientrano nel carino che non lascia traccia.
E se l'ambientazione nella Scozia medievale e la protagonista adolescente ribelle rappresentano scelte poco originali, la singolarità assoluta è invece la totale assenza di una storia d'amore e di una figura che si avvicini vagamente ad un principe azzurro. Lieto fine tutto in famiglia.
3D utile solo ad alzare il prezzo del biglietto.

Fresca reduce dal Nadir di tutta la propria filmografia (Cars 2), la Pixar si affida a un manipolo di “vecchie glorie” (la Chapman ha lavorato a Il principe d’Egitto, La Bella e la Bestia e Il Re Leone),  e sforna il suo prodotto – a oggi – più atipico. Come nota giustamente Saso, The Brave è una disney-ata classica tendente al minore, edificante al grado zero e quasi del tutto orfana di arguzie e/o lepidezze moderne. Il discorso non scarta mai di livello, lo humour è talvolta efficace ma basico e la regia sembra di quelle solide e però prive di coraggio e/o guizzi. Ossia, mancano tutte quelle caratteristiche che hanno reso la Pixar quella che conosciamo. C’è però della self-consciousness. Nel senso che questa cosa non sembra venuta fuori così, “per caso”. I titoli di testa si aprono con due schermate eloquenti, per veste grafica e impaginazione: giallo su nero, le scritte “Disney presenta” e “Un film Pixar Animation Studio” sono vintage fino al midollo, con utilizzo di font vecchi come la Disney stessa e un tremolio/sfarfallio molto pellicolare. Come a dire: abbiamo fatto un film ol’ fashion e lo sappiamo benissimo. E infatti, eccezion fatta per il lato squisitamente tecnico della faccenda, le cose proseguono spedite ma secondo Canone, tra (poco sostenibili) canzoni, buoni(ssimi) sentimenti e tutte quelle falle motivazionali tipiche di un certo modo di intendere il cartone animato.

Perché, per dire, al momento della trasformazione di mamma (in) orsa, al posto della fuga rocambolesca che, di fatto, tiene in piedi la seconda metà del film, a rigor di logica Merida avrebbe potuto/dovuto nascondere la madre (presente a se stessa nonostante tutto) per poi parlare col padre e (tentare di) spiegargli la situazione. E, ancora, la trasformazione dei tre fratellini in orsetti: perché l’incantesimo principale, con un suo individuale, specifico modus operandi, dovrebbe avere un legame così diretto con l’incantesimo collaterale? Sono obiezioni Nerd-iche e me ne rendo conto ma sono anche, mi pare, obiezioni sensate, che soprattutto certificano una candida sciatteria in fase di sceneggiatura, una certa nonchalance che si riteneva “accettabile” nei prodotti di una volta indirizzati a un pubblico infantile. Fanno il resto evidentissimi rimandi interni (il dimenticato Koda fratello orso) ed esterni (Dragon Trainer), anch’essi emblemi di un’attitudine in qualche modo easy, tipica dell’operetta minore, che si fa scudo del proprio sbandierato understatement.

The Brave, insomma, lascia il tempo che trova. Come il libeccio. E’ un passo (volontariamente e dichiaratamente quanto si vuole) interlocutorio, che comunque accende le curiosità e le aspettative per il prossimo lavoro Pixar. Lavoro destinato a rispondere a diversi interrogativi e a sciogliere un buon numero di riserve sul futuro della casa cinematografica di Emeryville.