Bellico, Processuale

REGOLE D’ONORE

Titolo OriginaleRules of Engagement
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2000
Durata120'

TRAMA

Terry, colonnello dei marines, è sotto inchiesta per il massacro di alcuni civili nello Yemen. Si difende giurando che erano armati e chiama un fidato amico per difenderlo.

RECENSIONI

Lo sceneggiatore di Traffic (Stephen Gaghan) offre a Friedkin l’occasione di affrontare un altro dilemma morale con annesso dramma giudiziario (vedi, ad esempio, Ritratto di un Serial Killer) e il regista ha costruito la propria carriera artistica (anche) prendendo posizioni etiche scomode. Accusata di destroso nazionalismo, in realtà la pellicola si mette nei panni del protagonista militare, senza elogiarlo, ma sottolineandone la coerenza come figura militare devota al proprio paese, alle regole del proprio mestiere (fra cui quella “dell’ingaggio” del titolo originale, che indica le procedure per iniziare un combattimento), al cameratismo altruistico che lo lega ai compagni. Se, da un lato, c’è una precisa volontà degli autori nel rimarcare la mentalità senza scrupoli delle culture aliene con cui gli Stati Uniti sono in guerra, non è per demonizzazione, ma per guardare in faccia alla realtà (rispetto ai fatti contingenti narrati nel film). Ciò che a Friedkin preme, è additare l’ipocrisia buonista: se si vuole processare la mentalità di un guerriero, si faccia prima il processo alla Guerra stessa. Tiene sul chi vive lo spettatore, alla ricerca della Giustizia come gli inquirenti, e non edulcora la scena incriminata della strage, veramente d’orrore, perché la Verità non si ottiene rinnegando il Male, ma guardandolo in faccia. Gioca con lui, facendo leva sui pregiudizi pilotati più dalle apparenze e dal moralismo, evitando di abbracciare il facile antimilitarismo da un lato e la comoda elegia cinica della violenza dall’altro: perché vuole stare, per una volta, dalla parte dei soldati in quanto soldati, non civili in armi che vivono secondo altre regole. Per miglior efficacia di tale pamphlet, però, era meglio evitare la scorciatoia della classica scena dell’insabbiamento delle prove, perché riporta tutto alla dinamica del cattivo e dell’innocente incastrato.