Drammatico

RAMS

TRAMA

In una sperduta valle islandese, Gummi e Kiddi, due attempati fratelli, entrambi allevatori di montoni e pecore, non si parlano da quarant’anni pur vivendo a quattro passi l’uno dall’altro. Incombe la minaccia della scrapie, una malattia letale degli ovini, e le autorità locali ordinano la soppressione di tutti i greggi della zona.

RECENSIONI


[SPOILER] Alla scorsa edizione del festival di Cannes, larga parte della stampa è rimasta piuttosto sorpresa dalla vittoria dell’islandese Hrútar (cioè: montoni) nella sezione Un Certain Regard (presidente della giuria: Isabella Rossellini), una competizione che ha per principio ispiratore la valorizzazione di opere che si avventurano in territori dello sguardo inesplorati. Senza trascurare la folta presenza in lizza, quest’anno, di cineasti blasonatissimi e dediti alla sperimentazione, nomi del calibro di Apichatpong Weerasethakul, Kurosawa Kiyoshi, Brillante Mendoza, per citarne solo alcuni. Un premio forse sproporzionato, dunque. Tuttavia, al di là di considerazioni legate al contesto festivaliero, bisogna ammettere che se le strade imboccate da Grímur Hákonarson non prevedono innovazioni di linguaggio eclatanti, si farebbe un torto nel sottovalutare la vis empatica di Hrútar, veicolata da un efficace minimalismo che richiede precisione e consapevolezza. Nella produzione fiction del regista, alternata a progetti documentaristici, questo ultimo film segna indubbiamente un punto di svolta, dopo le incertezze di registro dei cortometraggi e gli ingenui dissidi tra soprannaturale e consumismo di Sumarlandið (Summerland, 2010). È stato di particolare giovamento l’aver fatto confluire nella finzione alcuni accenti del documentario legati nella fattispecie a un approccio aperto al paesaggio, non tacitato da bavagli di sceneggiatura che lo avrebbero confinato a un mero ruolo di servizio.
Partiamo dunque dal luogo. Già due anni fa, il superbo esordio del compatriota Benedikt Erlingsson, Hross í oss (Storie di cavalli e di uomini, 2013), aveva inanellato una serie di bozzetti antropo-zoologici con iperboli surreali da cui affiorava un’idea dell’insularità che trovava accordo con alcuni aspetti di quanto diceva Deleuze a proposito dell’isola. Si tratta di quegli slanci dell’immaginario che, condizionati dalla sensazione che la “lotta” tra terra e acqua non sia risolta, producono nell’individuo isolano la convinzione che il proprio destino coincida con quello dell’isola, cioè l’essere antecedente all’umanità (leggi: civiltà) o posteriore a essa. Da qui la considerazione per cui ci deve sembrare filosoficamente normale che l’isola sia deserta. A differenza di Hross í oss, in cui il mare appariva in un episodio come fonte di malinteso e morte, in Hrútar il mare non viene mostrato, tuttavia il discorso non cambia: restano lo spirito fieramente e orgogliosamente autarchico, la percezione della civiltà come un altrove totale, l’incomunicabilità tra i membri di sparuti microcosmi sociali. Dopotutto è lo stesso Hákonarson che dichiara nelle interviste: “it feels like the end of civilisation”, mentre descrive i motivi che lo hanno spinto a girare nella suggestiva location di Búðardalur.


In questa storia di ostilità fraterne, oltre alla scrapie che minaccia i capi ovini valligiani, c’è un altro contagio, ossia l’intervento razionalizzante e burocratico della téchne: l’istituzione sanitaria dispone piani di abbattimento dei greggi, eroga indennizzi per gli allevatori, propone occupazioni alternative per i due anni di profilassi prima del ritorno all’allevamento di pecore, le quali, come vien detto, proverranno dalla Gran Bretagna gonfie di ormoni. Il discorso del capo villaggio al concorso di montoni introduce il ruolo che gli ovini incarnano nella comunità, ritenuti quasi animali sacri che da sempre condividono le sorti delle genti autoctone. Per Gummi e Kiddi la vera minaccia è l’estinzione della razza ovina di Búðardalur, della cui sopravvivenza e discendenza si sono fatti carico. Il trasferimento di valenze affettive e inconsce nell’animale - tenendo conto che i due fratelli si ignorano da quarant’anni, non hanno progenie, ecc… - è una strategia psicologica di disperata salvaguardia identitaria, unico appiglio per tentare di oggettivare la continuità memoriale di una configurazione antropologica da cui i due anziani provengono e che vogliono conservare: ai loro occhi, le sacrosante ragioni delle misure adottate dall’ufficiale veterinario impallidiscono dinanzi alla eventualità della dissoluzione dell’orizzonte simbolico che ha sempre orientato la loro esistenza. E difatti i due fratelli si riuniranno per lanciarsi nell’ultimo atto di un progetto folle e impossibile di coriacea resistenza - inaugurato da Gummi che nasconde alcuni capi nello scantinato, sottraendoli all’eliminazione coatta - opportunamente coronato da un lirismo straziante che ribadisce il noto paradosso per cui tutto ciò che dà senso alla vita è al tempo stesso la ragione per cui vale la pena rischiarla.
All’interno del costrutto visivo di spartana essenzialità, consono alla semplicità del regime di vita agreste raccontato, i lemmi realistici incontrano increspature di umorismo amaro e introverso, riverbero di un’eccentricità che è frutto dell’abituale solitudine monadica dei due protagonisti; pertanto si va da un cane portalettere a una fucilata alla finestra nel cuore della notte, da un bagno al montone nella vasca a una corsa al pronto soccorso in trattore, con lo sventurato adagiato dentro una benna escavatrice. Ma è più di tutto la cadenza placida e uniforme della partitura temporale la chiave di volta che riesce a conferire una solida coerenza all’insieme degli elementi stilistici. Da qui promana la sensazione dell’inalterabilità di spazi remoti tra altipiani, brughiere e catene montuose, nonché dell’irriducibilità delle genti che la popolano.