Drammatico

RACCONTI DELL’ETA’ DELL’ORO

Titolo OriginaleAmintiri din Epoca de aur
NazioneRomania
Anno Produzione2009
Genere
  • 66465
Durata100'
Sceneggiatura
Montaggio
  • 67274
Costumi
  • 67276

TRAMA

Scene di vita nella Romania anni Ottanta, in quella che la propaganda del regime di Ceausescu definiva “l’età dell’oro” della storia patria._x000D_

RECENSIONI

Una premessa. Il film nasce per iniziativa di Cristian Mungiu, che firma la sceneggiatura e coordina un gruppo di cinque giovani cineasti, nati fra il 1967 e il 1976. Ogni episodio è stato diretto da un solo regista, ma i titoli di coda non indicano i contributi dei singoli, con evidente riferimento ironico alla spersonalizzazione incoraggiata dal regime comunista. Un altro richiamo all'epoca della dittatura è costituito dalla scelta di proiettare il film, fin dalla presentazione al Festival di Cannes (sezione "Un certain regard"), in versioni differenti (Quando facevi la fila ai tempi del comunismo, non sapevi mai quello che avresti ottenuto, ricorda Mungiu). Così, ad esempio, la versione rumena comprende tutti e sei gli episodi realizzati ed è divisa in due parti; quella francese ne prevede cinque, l'italiana - qui considerata - soltanto quattro.
Quattro "leggende" dell'epoca comunista, che rovesciano i quadretti idilliaci della propaganda in altrettanti exempla di corruzione, incompetenza e ottusità. O almeno, così li vedrebbero i funzionari del Partito incaricati di reprimerne o almeno contenerne le conseguenze. In realtà queste leggende sono veri e propri racconti di resistenza e riscatto, nutriti di un amore profondo e sincero per l'individuo, per le sue debolezze e fragilità, che sono, in un contesto che schiaccia e annulla l'identità dell'individuo, altrettanti cavalli di Troia per mettere in crisi, sia pure per un attimo, l'ordine apparente e l'imposta serenità di un quotidiano che non consente vie di scampo. I quattro episodi del film sono altrettanti racconti di una "caduta", di una deviazione (fisica o mentale) dal percorso prestabilito, e poco importa che la causa sia l'incoscienza, l'avidità, la fretta o la stanchezza di vivere. Un ingranaggio che s'inceppa, un passo falso, lo squillo di un telefono, il sogno di un amore (im)possibile bastano a mettere a nudo il re e la sua corte, e se il finale ricompone l'ordine iniziale, a questi anonimi eroi resta il ricordo di una libertà fugacemente accarezzata: quella di essere pieni di difetti e tratti poco edificanti, e quindi vivi.
Ne La leggenda della visita ufficiale, l'episodio politicamente più esplicito, un intero villaggio si prepara a essere passato in rassegna da importanti funzionari del Partito. La messinscena della perfezione coinvolge tutto il borgo, finché un intempestivo contrordine non innesca un meccanismo di regressione infantile che, spinto letteralmente alle estreme conseguenze, farà precipitare i papaveri locali e i navigati ispettori nel caos e nel disonore. Il tono è da commedia brillante, vagamente alla Kusturica, con momenti di puro virtuosismo (il piano sequenza che accompagna il segretario nella sua pedalata verso la casa del sindaco) e un finale amaramente beffardo (la sconsolata disillusione del pastore).
Atmosfere quasi noir per La leggenda del camionista di pollame, che esplora l'infelicità coniugale del trasportatore Grigore e la sua attrazione per la donna che lo spingerà al crimine. Toccante per la capacità di descrivere la solitudine del protagonista con una manciata di inquadrature e qualche parola a incrinare il silenzio, l'episodio è il trionfo del non-detto e del non-mostrato (che cosa accade nella seconda notte alla locanda?). L'ultima scena, con il suo gioco di sguardi e aspettative deluse, è uno sberleffo crudele.
Non altrettanto riusciti, per motivi diversi, gli ultimi due episodi. La leggenda del fotografo di partito affronta con ironia e buone intuizioni visive (la plongée nella tromba delle scale, il "fermate le macchine" realizzato come in un film muto) il ruolo dei media nella costruzione dell'immagine del Potere, ma i personaggi sono macchiette un po' fruste (il fotografo prossimo alla pensione e desideroso innanzitutto di tranquillità, il giovane apprendista impertinente, gli ignorantissimi supervisori del Partito e così via). La leggenda del poliziotto ingordo non può non richiamare, per il tema affrontato, il mitico Pranzo reale, sia pure in scala ridotta e in versione assai annacquata. La trama secondaria (l'amicizia dei piccoli vicini di casa e i loro turbamenti di fronte all'avida e "perfetta" compagna di classe) è sviluppata molto meglio di quella principale e risulta, per il disincanto con cui ritrae un'infanzia scafata e disillusa, il vero fulcro dell'episodio.