Fantascienza

QUINTET

Titolo OriginaleQuintet
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1978
Durata119'

TRAMA

In un futuro imprecisato, la Terra è ricoperta dalla glaciazione, e la civiltà umana scampata alla catastrofe abita le spoglie delle antiche città. Gli umani sono sterili, e l’assenza di futuro li spinge al misterioso gioco del “Quintet”, per tener desti interesse ed emozione in una vita destinata all’eclissi definitiva.

RECENSIONI

Nella sua pomposa gravità, il ripieno filosofico del film (prudentemente rinnegato dal regista, ma troppo ingombrante per non gettare il suo peso nella valutazione dell’opera) ne costituisce il punto di gran lunga più debole. Maggior spicco possiedono la cornice e i particolari: il suggestivo apparato scenografico, che esordisce col biancore abbagliante di una distesa di neve tagliata in orizzontale da una linea grigia e inquietante; l’atmosfera di sospensione e sospetto, ben impostata in ogni sequenza e poi dispersa in verbosi interventi e in scioglimenti lambiccati o ridicoli; scampoli di conversazione allusivi e tesi (ad esempio, il breve confronto tra Andersson e Van Pallandt, apparentemente neutro, scocca scintille); il fulmineo confronto finale tra “l’intruso” e “il sesto”; gli onnipresenti cani neri, lugubre corteo che, in continua ricerca di cadaveri da divorare, segue gli umani anche sulle sponde gelate del fiume. La fantasia di Altman armeggia con l’incubo del futuro, ma non cava gran costrutto dalla speculazione post-atomica o post-catastrofe ambientale: l’incombere dell’imponderabile scombina le tessere del gioco mortale condotto da un’umanità che attende l’estinzione e ha sostituito la speranza con l’assassinio, e il monotono gravame della responsabilità con l’adrenalinico carburante del pericolo immediato e strisciante. Sarebbe una buona allegoria per il nostro tempo; ma l’allegoria va lasciata correre, mentre qui la sua libertà, per non dire della polisemia, viene soffocata nella culla dalle chiose disseminate ovunque e declamate con tono saccente (Gassmann) o mellifluo (Rey). Un film che si apprezza per frammenti, difettando un’intellegibile – se non intelligente – decostruzione del genere apocalittico o almeno una sua astuta rielaborazione formale (mentre la civetteria dell’obiettivo non a fuoco dal quale è osservata la vicenda aggiunge un tocco di cervellotico intellettualismo); un’opera mancata che testimonia dell’ansia di sperimentazione d’un grande autore; una commedia priva di umorismo ove gli interpreti maschili si muovono come sotto ipnosi, e i soli guizzi vitali giungono dalle infallibili attrici.