Drammatico

QUI NON E’ IL PARADISO

TRAMA

Torino, febbraio 1996: un furgone portavalori viene svaligiato da due impiegati delle Poste. Dalle indagini della polizia emergono, a poco a poco, i retroscena del “colpo perfetto”, fino a quando i colpevoli vengono localizzati…

RECENSIONI

Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il secondo film di Tavarelli ("Un amore") è un tentativo, per la verità non originalissimo, di mescolare il cinema d’autore e quello di genere: quello che sembra un thriller spruzzato di giallo si rivela un’indagine sui delinquenti scomparsi (e soprattutto sul modo in cui gli altri, parenti, amici e amanti, li vedevano) che echeggia "Quarto potere". I temi sono gli stessi di sempre, più o meno: i quarantenni vittime della "sindrome di Peter Pan", le ex mogli sfiduciate, i familiari rinneganti, i baristi trafficoni, le cameriere limpide come il cristallo contrapposte alle donne di una notte e via, i colleghi miopi, l’infatuazione per i paradisi tropicali visitati per interposta persona, e soprattutto l’annosa questione, ovvero se sia più coraggioso andarsene o restare e combattere (anche Amleto se lo chiedeva). E la sceneggiatura non fa molto per rendere interessante questa minestra riscaldata: le solite oscenità gratuite (come le considerazioni sul collutorio) e le consuete frasi fatte ("anche nel tuo paradiso servono i soldi", "per fare la bella vita ci vogliono molti soldi") fanno la parte del leone. Eppure "Qui non è il Paradiso" è un film per nulla disprezzabile: prima di tutto, perché i dialoghi rozzi e ripetitivi descrivono nella maniera migliore il contesto in cui si muovono i personaggi, un universo senza via d’uscita ("qui è tutta pianura") e senza speranza, in cui i sognatori fanno inevitabilmente una pessima fine. Ma quel che più colpisce è la capacità del regista di costruire la tensione, creando anche un’aura di rispetto (o di pietà) nei confronti dei due sventurati postini. I personaggi sono come intrappolati da suadenti carrelli, arditi movimenti di macchina, panoramiche ormai rare nello sgrammaticato panorama italiano, che intrecciano una rete invisibile destinata ad avviluppare i due avventati ladri nelle loro illusioni: una rete che si rivela anche verbale, perché le parole di Leopardi e Hugo Pratt sono ugualmente responsabili della "caduta" dei protagonisti, l’uno con il rimpianto delle occasioni perdute, l’altro con il miraggio di nuovi orizzonti. Colpisce anche la struttura narrativa del film, un continuo andirivieni tra passato e presente, tanto affascinante nel suo gioco di continui rimandi da far dimenticare allo spettatore che l'intreccio è risolto a mezz’ora dal finale. Bravi, nel complesso, gli attori (anche se alcuni non possono davvero definirsi tali, vedi Pappalardo): Antonio Catania, in un ruolo di poliziotto finalmente non becero, è una piacevole riscoperta, mentre Erika Bernardi è una delle poche attrici italiane che non reclamano il doppiaggio. Sul suo viso di brava ragazza, pulito ma non finto, e soprattutto sulla faccia da eterno bambino di Fabrizio Gifuni, giuggiolone e disperato, che non esita a sacrificare ciò che ha di più caro (la sua collezione di Topolino) per la riuscita del colpo, Tavarelli imbastisce una storia d’amore risolta con pudica capacità di sintesi, emblema di un film intimista, con poche concessioni alle sparatorie e qualche inutile cascame onirico (la visione del prefinale).