Bellico

QUELLA SPORCA DOZZINA

TRAMA

Gran Bretagna, Marston-Tyne Military Prison, marzo 1944. Condannati a morte o a lavori forzati per omicidio, stupro, rapina e altri atti di violenza, dodici soldati americani sono reclutati dall’esercito per il “Progetto Amnistia”: dovranno paracadutarsi nei pressi di un grande castello vicino a Rennes, penetrarvi furtivamente e uccidere quanti più ufficiali superiori nazisti sarà possibile. Incaricato dell’addestramento e della coordinazione del commando segreto è il maggiore Reisman, ufficiale tanto valoroso quanto insofferente alla disciplina e alla diplomazia.

RECENSIONI

Diciottesimo lungometraggio cinematografico di Robert Aldrich e capostipite di ben tre sequel televisivi, Quella sporca dozzina è il maggior successo commerciale MGM dell'anno 1967. Contattato dal produttore Kenneth Hyman, "Big Bob" accetta di dirigere il film tratto dal romanzo The Dirty Dozen di E.M. Nathanson (ispirato a sua volta da un aneddoto raccontato allo scrittore da Russ Meyer) a due condizioni: sottoporre lo script di Nunnally Johnson alla revisione del suo sceneggiatore Lukas Heller e avere carta bianca nella scelta del cast. Ne scaturisce una pellicola che si guadagna immediatamente lo status di pietra miliare del genere bellico proprio in virtù delle prerogative aldrichiane: una sceneggiatura in mirabile equilibrio tra situazioni drammatiche e atmosfere malandrine da una parte e, dall’altra, un amalgama perfettamente riuscito tra professionisti affermati (Lee Marvin, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Charles Bronson), interpreti provenienti dalla scena indipendente o dalla televisione (John Cassavetes, Clint Walker), celebrità dello spettacolo e dello sport (il cantante Trini Lopez e il giocatore di football Jim Brown) e attori a inizio carriera (Donald Sutherland, che grazie alla parte assegnatagli da Aldrich si accaparrerà tre anni dopo il ruolo di Occhio di Falco in M.A.S.H. di Robert Altman).

I motivi del meritato successo e della straordinaria longevità di The Dirty Dozen non si riducono tuttavia a una formula astratta, ma risiedono nella contagiosa vitalità dei personaggi e nell'eccentricità della composizione: il secondo dei tre patrol pictures ("film di pattuglie") di Aldrich (gli altri due sono Il volo della fenice del 1965 e Non è più tempo di eroi del 1970) è un film su una dozzina di pendagli da forca in cui il protagonista è un maggiore dell'esercito americano (Lee Marvin) più riluttante di loro alla disciplina, la sua appartenenza al genere bellico è scombussolata da massicce iniezioni di commedia che enfatizzano le storture del regolamento militare senza scadere nella caricatura, e, pur essendo un film sull'incursione in un castello stracolmo di ufficiali nazisti, solo gli ultimi trenta minuti dei centocinquanta complessivi sono consacrati all'assalto, il resto della narrazione focalizzandosi sulla formazione del gruppo e sulle dinamiche che si producono durante l'addestramento. Contano le relazioni e le tensioni psicologiche tra i singoli e l'autorità più che la missione vera e propria, insomma: ad Aldrich non interessa glorificare l'eroismo dell'azione militare in sé, ma descrivere la paradossale rigenerazione umana di elementi antisociali che scoprono in extremis l'importanza del lavoro di squadra per la sopravvivenza.

Quella sporca dozzina inizia con l'impiccagione di un soldato americano e finisce con una tuonante strage di nazisti, ma, grazie agli inserti ironici, la tragicità di fondo è deformata in chiave sarcastica: non una generica invettiva contro la guerra, ma uno sberleffo verso l'autoritarismo e il militarismo. In questo senso Aldrich e Heller intercettano pienamente i fermenti antimilitaristi e libertari che permeano il corpo sociale nella seconda metà degli anni Sessanta: l'associazione tra la carneficina finale - nella quale il maggiore Reisman ordina di gettare granate e benzina nel bunker del castello - e il napalm usato per i bombardamenti in Vietnam non sfuggì agli spettatori più giovani e smaliziati, benché la spietatezza della sequenza abbia precluso al film la corsa agli Oscar più prestigiosi (il film si aggiudicò il premio per i migliori effetti sonori, fu nominato nelle categorie miglior montaggio e miglior suono e John Cassavetes fu candidato come miglior attore non protagonista).

Vivacità, spregiudicatezza e caratterizzazione dei personaggi sono ulteriori carte vincenti della sceneggiatura di Heller: lo scrittore di fiducia di Aldrich (già al suo fianco per Che fine ha fatto Baby Jane?, Piano...piano, dolce Carlotta e Il volo della fenice) non si limita ad alternare sequenze drammatiche e parentesi scherzose, ma varia i registri all'interno delle singole scene, producendo effetti di umorismo beffardo e derisorio (si pensi al primo incontro tra Reisman e i dodici detenuti o all'ispezione del plotone scelto simulata dal falso generale interpretato da Donald Sutherland). Il già citato finale costituisce l'aggiunta più eclatante effettuata da Heller al romanzo di Nathanson: necessaria alla raffigurazione dell'inferno bellico e fortemente difesa da Aldrich nonostante la conclamata sconvenienza, la terribile esplosione del castello disintegra ogni manicheismo residuo e mostra la totale disumanizzazione operata dalla guerra sugli individui. E la spiccia crudeltà dell'ecatombe risulta ancora più agghiacciante poiché annulla le differenze dei singoli in nome dell'obbedienza al principio di forza maggiore: le peculiarità psicologiche dei personaggi affiorate gradualmente nel corso della pellicola si annullano all'improvviso nella brutalità di uno sterminio che non consente esitazioni o scrupoli di coscienza. Naturalmente tutti questi aspetti non sarebbero emersi se il cast fosse stato diverso (al posto di Lee Marvin doveva esserci John Wayne, che tuttavia rinunciò alla parte preferendo realizzare Berretti verdi): ciò che colpisce ancora oggi è la facilità con cui ci si affeziona ai singoli personaggi, arricchiti da ciascun interprete con tratti e sfumature squisitamente personali (su tutti spicca il Victor Franko di John Cassavetes, attore avvezzo all'improvvisazione).

A valorizzare la recitazione dei singoli e a non perdere un colpo per i 150' della durata complessiva del film si occupa infine l'audace regia di Aldrich: abituato a coprire la scena con inquadrature totali (i cosiddetti master shot) e a frammentare lo spazio con piani ravvicinati, il quarantanovenne regista originario del Rhode Island concepisce una messa in scena contraddistinta della variazione incessante del punto di vista. Composto da circa 2500 inquadrature (la media è di ben 500 inquadrature ogni 30'), Quella sporca dozzina sfoggia una molteplicità di angoli di ripresa, prospettive inconsuete e movimenti di macchina semplicemente impressionante: i raccordi spiazzanti, i tagli obliqui dell'immagine e le carrellate laterali con oggetti di ingombro sull'asse camera-scena rendono lo spartito visivo un ininterrotto susseguirsi di pezzi di bravura (non stupisce affatto la nomination a Michael Luciano per il miglior montaggio). E se l'esplosione del castello segna l'apoteosi visiva del film (vennero usate sei cineprese contemporaneamente), Aldrich non rinuncia alla frammentazione dello sguardo neppure nelle scene di dialogo in spazi chiusi (basti pensare alle riunioni nel quartier generale dell'esercito americano o al colloquio iniziale nelle celle dei prigionieri), imprimendo alla visione un'aggressività e una rapidità che impediscono qualsiasi calo di ritmo. Eppure il dinamismo stilistico non va a scapito della composizione dell'inquadratura, come testimonia l'ultima cena nell'accantonamento militare della sporca dozzina prima della partenza per la missione, libera e irriverente rivisitazione del Cenacolo Vinciano.