Commedia

PRIMA TI SPOSO, POI TI ROVINO

TRAMA

La vendetta della bella Marylin nei confronti dell’avvocato divorzista Miles Massey, che fa vincere all’ex marito la causa di divorzio mettendola sul lastrico, è macchinosa ma molto efficace.

RECENSIONI

Rieccoli i fratellini. Stavolta il genere scelto per l'esercizio di prammatica è la screwball comedy (bene, almeno si ride) sulla quale i Coen sembrano non volersi sforzare più di tanto. Forse perché questo film è una mezza marchetta (un loro vecchio soggetto che prendeva polvere alla Universal viene riconsiderato dai boss della major e, prima che venga affidato ad altre mani, richiesti di occuparsene, gli autori accettano di girarlo: non a caso mette mano alla sceneggiatura anche l'accoppiata di quasi carneadi in evidente emergenza Ramsey & Stone, cosa in altri tempi inimmaginabile) ma si sente una stanchezza e una sciattezza, di impianto e di direzione artistica, che mai e poi mai avremmo immaginato di rinvenire in quella fabbrica di perfezione che è l'impeccabile e oramai noiosissima macchina-cinema marca Coen Bros. Dopo un primo tempo molto brillante, tutto affidato a un dialogare indiavolato e ben scritto, a più di una decisa zampata che insiste sul tema centrale (quello del matrimonio e del divorzio, dei patti prematrimoniali e delle furbizie leguleie in materia), a un Clooney che fa Cary Grant almeno quanto ricalcava Gable in FRATELLO DOVE SEI?, a una Zeta Jones che appare a suo agio nella parte della donna fatale che infinocchia i suoi pretendenti, nella seconda l'intreccio si infiacchisce di brutto, la spumeggiante verve dell'inizio latita (a parte la scena del vaporizzatore, che non anticipo, e che è la cosa più esilarante vista in tutta la Mostra), il meccanismo si inceppa e una brutta confusione da commedia(ccia) poco sofisticated prende il sopravvento (emerge anche l'enigma Geoffrey Rush: il suo personaggio sembra un oggetto estraneo al film). Se stavolta il gioco intellettuale non sembra prendere il sopravvento - qui siamo al mero ricalco del modello senza chiose filosofiche -  il ricorrere di certi siparietti e di certe figure tipiche del cinema dei Coen (come sempre in secondo piano: per tutti il decano dello studio legale e Gus l'incastratore) sembrano delle posticce rivendicazioni di autorialità su un prodotto che è e resta leggero divertimento e nulla di più. Insomma come omaggio cinefilo funziona a metà, come scheda da inserire nell'archivio dell'opera omnia dei Nostri va ad infilarsi facilmente nel file "non significativo". Che poi, rispetto alle baggianate che ci rifila Hollywood di questi tempi nel genere visitato, questo sia un film lontano anni luce, per intelligenza e scrittura, mi pare fuor di dubbio ma anche poco rilevante.

L'orribile titolo italiano (molto più swingante, anche tradotto, "Intolerable Cruelty") non rende giustizia al divertente film dei fratelli Coen, anche se ne sintetizza perfettamente la trama. Lui, infatti, è uno dei più quotati divorzisti di Los Angeles, lei un'impenitente cacciatrice di dote. Prima fingeranno di odiarsi, poi fingeranno di amarsi, e poi... Ricalcando le baruffe delle commedie sofisticate dell'Età D'Oro di Hollywood, il film scivola oliato verso il prevedibile lieto fine, grazie ad una coppia che funziona a meraviglia. George Clooney gigioneggia come richiesto dal copione, ma ha una naturale simpatia che giustifica l'eccessiva piacioneria, tutta occhioni sgranati e ammiccamenti, della sua recitazione. Catherine Zeta-Jones è molto bella e luminosa e non le si richiede molto altro. Dietro lo zucchero di facciata si può leggere un'ironica satira sul rapporto di coppia, un caustico sfottò del gioco di potere alla base dei legami affettivi, una critica alla mercificazione dei sentimenti. Ma "Prima ti sposo poi ti rovino" non è "La guerra dei Roses" (il cinismo è solo apparente) ed è soprattutto una commedia, scritta con brio (alcuni momenti, come la prima cena tra i due protagonisti o le sedute in aula, sono irresistibili) e diretta con professionalità. Senza quei guizzi di follia (forse blandamente intravedibili nei personaggi di contorno) che ci aspetteremmo dall'effervescente duo registico, ma con solido mestiere e divertimento.
Provocazione: se il film non fosse firmato dai Coen, avremmo riconosciuto il loro tocco? Non che sia determinante per l'esito piacevole del film, ma certa critica si sarebbe ugualmente esaltata?