Commedia

POVERI MA BELLI

TRAMA

Due baldi giovani romani passano le giornate a corteggiare le ragazze. S’innamorano entrambi della stessa, diversa dalle altre, più scaltra.

RECENSIONI

Dino Risi (suo il soggetto) cominciò a farsi notare con questo I Vitelloni ammiccante e superficiale, che ebbe un enorme successo, generò seguiti e proseliti, e può essere considerato anche uno dei padri fondatori della commedia all’italiana per quanto, della realtà di allora, restituisca piani edulcorati. In una chiave di lettura storica ideale, crea anche un ponte con il neorealismo, depurato nelle nuove logiche del benessere della piccola borghesia. C’è qualcosa di fastidioso nell’irrisolta ambiguità ideologica con cui si dipinge questa innocua “gioventù-ribelle” popolana: bei fusti scansafatiche in caccia di gonnelle e, dall’altra parte, una fatale e calcolatrice biondona. Vale a dire personaggi seccanti sulla carta, forieri di critica di costume, che diventano amabili nel momento in cui attraversano varie situazioni divertenti: potrebbe essere una precisa e ambigua scelta degli autori (Risi, Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa alla sceneggiatura), propedeutica a un differente punto di vista, ma il finale moralistico, e molti altri dettagli contraddittori, lo negano, lasciando l’opera sospesa fra critica bonaria e autocompiacimento (o mero compiacimento a-problematico del pubblico). Fatto sta che, forse proprio per questa originalità “accidentale”, il film cattura l’interesse nel suo bozzettismo da un lato facile, dall’altro stimolante. Tre interpreti sconosciuti alla ribalta: bravo Renato Salvatori, scenica la maggiorata Marisa Allasio, non passa la prova Maurizio Arena.