Western

POSSE

TRAMA

1898: alcuni buffalo soldiers (soldati di colore), arruolati contro gli spagnoli, fuggono da Cuba con una refurtiva e diventano fuorilegge (posse, in slang). Li guida Jesse Lee, che ha un conto in sospeso a Freemanville.

RECENSIONI


Salutato come il primo western all black della storia del cinema, ha deluso chi si aspettava un’opera diversamente impegnata: Mario Van Peebles, attore di seconda fila in opere (per lo più) di terza, figlio del regista Melvin (che ha servito molto meglio la causa nera al cinema), ha rincorso (come da sue dichiarazioni) il film spettacolare, con codici prettamente hollywoodiani, per raggiungere un pubblico multietnico. Ecco spiegati, ma non giustificati, gli ingredienti oltremodo canonici, dal pistolero tenebroso/silente in cerca di vendetta alle sparatorie violente con grossolani villain avidi. Ma resta ipocrita la ragion d’essere dichiarata rispetto a quella manifesta: il regista richiama spesso, per quanto approssimativamente, l’ingiustizia di una Storia che ha dimenticato gli afroamericani nel Far West (più di 8.000, 1 uomo su 3!), buffalo soldiers utilizzati dall’esercito compresi (se ne fa portavoce uno dei pochi attori di colore della Hollywood dei tempi d’oro, Woody Strode, che apre e chiude il film rivolgendosi direttamente alla macchina da presa), che è stata testimone di razzismo e divari sociali che permangono tuttora, ma il nocciolo del film resta l’azione in color seppia (che fa finto-elegante), mentre la partecipazione amichevole di star afroamericane (Stephen J. Cannell, i fratelli Hudlin, Isaac Hayes, papà Melvin, il documentarista Charles Lane, i rappers Big Daddy Kane e Tone Loc) rischia di esaurirsi in cameo cinefili anziché testimonial di razza. Il nume tutelare vorrebbe essere Clint Eastwood ma gli umori restano sulla superficie, per quanto stilisticamente ammaliante fra uso di dolly, inquadrature oblique, ralenti, passo epico e caratteri pittoreschi, chiudendo con un lungo, avvincente, scontro all’ultimo sangue. La matrice “afro” alberga semmai nei toni più sboccati, fisici, gergali (ma la traduzione italiana è scadente), sessuali (la bellissima Pam Grier, la sequenza nel bordello, lo sguardo insistito sui seni) e, se non altro, impariamo che esistevano città di frontiera all-black come Freemanville.