Horror

POLTERGEIST

TRAMA

Una famiglia si trasferisce in una casa infestata dai fantasmi.

RECENSIONI


Gil Kenan attualizza Poltergeist e lo riduce a meccanismo di massa. Non c’è, nel 2015, il possibile sottotesto politico di Spielberg/Hooper (lo sfondo dell’America reaganiana e la profanazione della famiglia) né lo “stupore” per gli effetti speciali della Industrial Light & Magic. Li sostituisce la rilettura di David Lindsay-Abaire, specialista in genitori che perdono il figlio: come in Rabbit Hole, lo sceneggiatore tratteggia una coppia dinanzi alla scomparsa della prole (lì Kidman/Eckhart, qui Rockwell/DeWitt) e avvicina i due script nelle premesse e nel simbolo, trovando nel maelstrom fantasmatico un altro buco del coniglio dove il figlio svanisce; li distanzia nell’applicazione, perché stavolta i genitori non sono chiamati a elaborare il lutto, ma a evitarne la morte. 
Il regista rispolvera feticci hooperiani (il pagliaccio) e ne aggiunge di nuovi, in un congegno di accumulazione visiva più che concettuale. E - soprattutto - aggiorna l’intreccio alle tecnologie: dal drone che entra nell’altra dimensione al ghostbuster prodotto di un programma televisivo, dispositivi digitali registrano gli eventi, provano a indirizzarli e la proposta commerciale è girare un reality show. Liberare la casa ha senso se riempie la prima serata Tv, se ravviva lo spettacolo: oggi nell’antietica dell’immagine trovare un nuovo conduttore è l’unico premio plausibile.
Kenan e Lindsay-Abaire annullano un motivo primario dell’originale, l’invenzione. La coreografia delle apparizioni di Hooper, negli ’80 paragonabile (forse) solo agli omicidi di Argento, si omologa qui al pilota automatico dell’horror Usa contemporaneo. Non vediamo nulla che non sia previsto: i segnali graduali, i rumori che deflagrano in botti, le consuete comparse, la passeggiata nell’aldilà senza guizzi. L’unico modo in cui questo remake “funziona”, quindi, è proprio nella meccanica rassicurante, nella dinamica per tutti che smentisce il primo/unico Poltergeist e la sua ardita riscrittura del genere.