Drammatico

PICCOLA PATRIA

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NazioneItalia
Anno Produzione2013
Durata111'
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Veneto. Due ragazze: la disinibita Luisa e l’oscura Renata – e il desiderio di andare via. Attorno a loro, una piccola comunità di provincia, fra sagre, raduni indipendentisti, oscenità celate dietro le mura domestiche, tensioni xenofobe. Sfruttando l’inconsapevole Bilal, fidanzato albanese di Luisa, le due giovani incastrano il compaesano Rino in un ricatto a sfondo sessuale al fine di estorcergli denaro. Le conseguenze saranno imprevedibili e tutti rischieranno di perdere ciò che più gli sta a cuore.

RECENSIONI


Vardete intorno, vardete intorno
Le strade no ga più l'onbrìa

le piazze zé posti de pena
nei pra no se trova più fiori
i boschi ga perso la pace
e l'aqua? e l'aqua? e l'aqua?
l'aqua zé morta, zé morta,
zé morta stamattina - tuti lo saveva
l'aqua zé morta disperà

Presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2013, sezione Orizzonti, Piccola patria è l’opera prima (di finzione) del documentarista Alessandro Rossetto. Il film si inserisce all’interno di una certa tendenza del cinema italiano che potremmo definire ‘regionale’: ambientazione in contesti socio-geografici precisi, autenticazione culturale attivata attraverso l’uso di dialetti o cadenze regionali, messa in scena di caratteristiche che possano definire un qualche concetto di identità locale. (È una corrente molto frequentata. Solo a Venezia, lo scorso anno, assieme al Veneto di Rossetto, c’erano la Sicilia di Via Castellana Bandiera, il Trentino de La prima neve, il Friuli di Zoran, il mio nipote scemo e perfino Napoli nell’animazione L’arte della felicità, tutti film in cui la specificità dei luoghi non è casuale, ma definisce in maniera inequivocabile il significato dell’opera). Allo stesso tempo, Piccola patria rappresenta un variante radicale all’interno di questo filone in quanto opera scevra da ogni esotismo terzomondista, magnanimità a fini turistici o compromesso sentimentalista. Piccola patria è un oggetto politico di critica culturale militante.

Vardete intorno. Sostenuto dal canto di un coro polifonico popolare, il film si apre con una maestosa visione aerea: campagna urbanizzata, brutta, razionalizzata in appezzamenti di terreno ordinati eppure sgraziata, geometria di strade e magazzini e costruzioni che violentano il paesaggio, veneto, grigio. Le strade no ga più l’onbrìa, le piazze zé posti de pena. I personaggi del film si muovono all’interno di questi percorsi. Immagini del disgusto: corpi (soprattutto quelli maschili) provati dal sudore di un’estate soffocante, disfatti, repulsivi. Lo squallore di sagre di paese, dei balli di gruppo, espressioni di identità locale deprivate di qualsivoglia atmosfera folkloristica o genuinamente comunitaria. Un dialetto ruvido e tagliente come unico canale comunicativo, scelta linguistica che eccede la descrizione naturalistica e si proietta in una dimensione politica e di critica culturale. Per una volta, la variante dialettale non è segnale di ricchezza e tradizione, ma arma per soffocare, rendere impenetrabile la corteccia sociale, minare la comunicazione con l’esterno. Sigillare la “piccola patria”. Nei pra no se trova più fiori, i boschi ga perso la pace.

 Luisa è sfrontata, impara il cinese su internet per andarsene, ma il suo è un desiderio astratto di fuga verso un lontano più generico che fattuale. Mentre gli aerei continuano a solcare il cielo, lei rimane rinchiusa in questo recinto veneto, assieme concreto e astratto, con la madre, inerme e sofferente, e il padre, evasore fiscale rovinato dai debiti e razzista sanguigno. Luisa è anche innamorata di Bilal, fidanzato albanese, e questo è di certo un problema nel contesto fortemente xenofobo in cui vive. È un razzismo ignorante, paranoico, spaventato: tutti gli albanesi rubano auto, i cinesi manco nominarli, i neri saranno anche cristiani ma in chiesa saltano e ballano, gli arabi sono terroristi e pregano il venerdì. E poi è soprattutto un razzismo di generalizzazioni, aspetto che Rossetto illustra perfettamente quando, preparando il climax finale, fa scagliare il padre di Luisa contro Bilal per gridargli: “Negro!”. Immagine adamantina della logica tanto-sono-tutti-uguali (e la scena conclusiva è altrettanto significativa di questo meccanismo). Sapientemente, Rossetto non scende in dettagli nel spiegarci i perché di queste tensioni xenofobe, le ragioni razionali di natura sociale, economica o culturale. Tuttavia il suo non è un gesto approssimativo, ma piuttosto una precisa strategia narrativa che comunica l’irrazionalità della paura e la pretestuosa presa di posizione a prescindere contro l’immigrato-altro. L’immigrato è, prima di tutto, una minaccia all’identità veneta: ma come può una cultura come quella veneta, che si presenta così forte – nel senso di ricca, complessa, prepotentemente affermativa, esclusiva – temere l’attacco degli “altri” – albanesi che vivono in roulotte, africani che vanno in chiesa, arabi alla Qasba ma solo in TV, e cinesi che stanno in Cina? 


Arriviamo dunque al fulcro del film, l’analisi etica della “piccola patria” veneta, oggetto di studio quasi entomologico su cui Rossetto scatena, con cognizione di causa, una critica feroce. La questione morale veneta si gioca per il regista sullo scottante asse sesso-schei (soldi). Renata, arrabbiata col mondo, coinvolge Luisa e l’inconsapevole Bilal in un ricatto ai danni del compaesano Rino Menon, personaggio viscido e ambiguo. Filmato mentre prende parte ad un gioco erotico, gli viene richiesta un’ingente somma di denaro per far sì che le immagini non vengano diffuse. La visione del sesso che emerge dal film è socialmente devastante, inserita all’interno di un discorso repressivo di rispettabilità sociale e di controllo delle pulsioni secondo una logica di moralismo bigotto. Nella provincia nord-orientale perbenista, tutti producono, pregano e inneggiano ai valori della “piccola patria”, in pubblico, per poi nascondere un’incontinenza sessuale trasgressiva (il gioco erotico, la prostituzione) o perfino deviante (il rapporto incestuoso fra Rino e la sorella) che invece dilaga nel privato e erode le fondamenta morali della comunità. Dall’altro lato, gli schei, concetto cardine che dirige “nazione” e narrazione. Pur incarnando l’oggetto del desiderio di tutti i personaggi, il denaro assume una connotazione invariabilmente negativa essendo sempre connesso a vicissitudini quali il sesso a pagamento, l’ evasione fiscale, debiti e estorsioni.

In questa incessante disamina della realtà locale, Rossetto dirige il suo sguardo (ampiamente documentario) anche sulle strutture ideologiche attraverso cui la società veneta si modella ed esprime. Viene così presentato un secondo, fondamentale binomio che funge da collante per le macerie morali della “piccola patria”: la combinazione religione e politica. L’analisi del regista è lucida a tal punto da suggerire non una semplice co-esistenza e co-azione delle due forze, ma piuttosto un parallelismo, se non un proprio una sovrapposizione di queste. Alle frequenti immagini di chiese o fedeli pronti al culto, Rossetto affianca discorsi di militanza politica, la cui tinta ideologica è quella di una destra regionalista, di ignoranza leghista, spaventosamente xenofoba e pericolosamente spaventata. La scena del raduno di Indipendenza Veneta, movimento politico dalle chiare finalità politiche, è in questo senso indicativa. L’oratore dal palco parla innanzitutto di questioni di identità messe a repentaglio dalla crisi, suggerisce idee demagogiche di rivoluzione, poi lamenta un clima di generale negatività. A questo punto il congresso diventa mistico: l’oratore chiede ai presenti di chiudere gli occhi e, come in preghiera, eliminare i brutti pensieri in una sorta di trascendenza dello spirito. (Spassosa nota a margine: lo statuto di Indipendenza Veneta, consultabile sul sito del movimento, sostiene “il rifiuto di ogni forma di discriminazione razziale, sessista, linguistica, di convinzioni religiose, filosofiche, o politiche”. Sto ancora cercando la postilla in cui si chiarisce che il discorso non vale se sei un albanese che sicuramente ruba macchine, un negro, un giallo qualsiasi, un musulmano dunque terrorista).


Piccola patria è un film di rara ruvidezza, una visione disperante, un’analisi mossa da un sincero spirito d’urgenza che non lascia spazio a sensazionalismi o controversie preconfezionate. È un film quasi senza speranza, se non per la parziale redenzione di Luisa che nello sviluppo degli eventi acquisisce consapevolezza e un briciolo di moralità, specialmente in relazione a Bilal, l’innamorato “altro” di cui tutti hanno, più o meno consciamente, timore. Ripropongo dunque la domanda: come può una cultura come quella veneta, che si presenta così forte, temere l’attacco degli “altri”? Seguendo la logica illustrata da Rossetto, la risposta potrebbe essere: perché ha costruito la propria immagine e immaginazione di sé su concetti di potere economico e superiorità morale che nella pratica sono risultati fallaci, e né religione né ideologie regionaliste sono sufficienti a salvare la coerenza etica della “piccola patria”.
Per quanto riguarda la dimensione prettamente cinematografica del film, Rossetto poggia su un’estetica documentaria dai contorni aspri, a tratti perfino rozzi. La posizione di disagio percettivo in cui viene relegato lo spettatore è ulteriormente sottolineata da una composizione narrativa che, soprattutto all’inizio del film, procede per frammenti, i quali solo nello sviluppo della storia si armonizzeranno in una struttura coerente (dietro questo non semplice compito, la mano esperta di Jacopo Quadri al montaggio). Non tutto nel film però funziona, a partire da qualche falla di sceneggiatura. Ad esempio, non risulta perfettamente chiaro il meccanismo del ricatto congegnato dalle due ragazze, così come qualche sotto-trama rischia di sfilacciare l’impianto narrativo, allungando i tempi e scemando la tensione. Le protagoniste (le giovani Maria Roveran e Roberta Da Soller) sono appassionate e agguerrite, ma forse mancano un po’ di direzione da parte del regista in un contesto recitativo in cui l’improvvisazione gioca un ruolo importante. Ulteriore nota sul cast: su tutti, una magnifica Lucia Mascino, nella parte della madre di Luisa, restituisce con grazia semplice e toccante una figura di donna sofferente la quale, nel proprio dolore vagamente rassegnato, mantiene salda la propria dignità.
Non si tratta dunque di un’opera prima priva di difetti e, in termini squisitamente cinematografici, rischia nel confronto con altri debutti recenti del cinema italiano. Ma si tratta di un film mosso da un’urgenza non comune, che squarcia ipocrisie in maniera rabbiosa e mai gratuita. Non lascia indifferenti, soprattutto chi quei luoghi li conosce da vicino e un po’ li ama.