Commedia, Drammatico

PERFETTI SCONOSCIUTI

TRAMA

Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta. Un tempo quella segreta era ben protetta nell’archivio della nostra memoria, oggi nelle nostre Sim. Cosa succederebbe se quella minuscola schedina si mettesse a parlare?

RECENSIONI

Paolo Genovese continua a portare avanti la sua idea di commedia adulta: da Incantesimo napoletano a quest'ultimo titolo, ha messo insieme un drappello di opere che, con esiti alterni, mettono in luce una precisa idea di cinema, che contempla indagini moraleggianti sui costumi, situazioni alla verifica del politicamente corretto, ricognizioni generazionali, riflessioni indirette sulle convenzioni sociali, messa alla prova di ruoli e stereotipi.
Se Perfetti sconosciuti parte, ancora una volta, da molteplici fili narrativi, da storie diverse che si collegano l'una all'altra (Immaturi e Immaturi - Il viaggio), stavolta il regista, invece di svilupparli su piani paralleli, li conduce tutti, fin dall'inizio, nella stessa circostanza, quella della cena in cui si incontrano i personaggi, giocando sul terreno più insidioso dell'impianto teatrale.  A differenza di altri suoi film (si pensi, per tutti, al dilatatissimo Tutta colpa di Freud), in cui la narrazione era parcellizzata, qui, dunque, i racconti confluiscono nell'unica conversazione comune, se ne fanno oggetto, condensandosi. In tal modo si fa del mondo esterno un'ipotesi: esso non esiste se non evocato, quindi immaginato, supposto, entità equivoca tutta da interpretare.
L'idea alla base della sceneggiatura (quella del patto tra i convitati di denudarsi emotivamente, attraverso l'uso condiviso del proprio cellulare) non è soltanto molto efficace (se qualche produttore americano presta attenzione ci scappa un remake), ma è soprattutto sviluppata con perizia, assecondando un disegno dei personaggi perfettamente calibrato; i loro caratteri vengono delineati gradualmente, il piano delle rivelazioni non è mai precipitoso, l'assetto dei dialoghi sempre solido, l'alternanza dei punti di vista molto fluida, la partita degli equivoci e degli scambi di ruolo viene condotta con puntualità.
Genovese, messe da parte le svisate giovanilistiche, certe derive parodiche e le invasive colonne sonore dei precedenti, lontano anche dal disincanto del penultimo Sei mai stata sulla luna? (quasi un Castellano & Pipolo riverniciato), si muove con sicurezza sul suo terreno congeniale, quello nel quale l'immedesimazione dello spettatore è inevitabile: se i cellulari sono diventati delle scatole nere dell'esistenza, il loro contenuto, svelato, può mettere in pericolo anche gli equilibri in apparenza più saldi; la coscienza di un tale pericolo, insito nella pratica di svelamento della propria privacy, va a toccare, dietro la maschera dello scherzo e del divertimento conviviale, un tabù. E come tabù, la questione, verrà identificata, passo dopo passo, dal film.

In questo senso l'incantesimo dell'eclisse (che può sembrare, nel suo carattere favolistico e fantasioso, un vezzo autoriale - lo si trova, declinato in vari modi, in tutta la filmografia del regista -, ma anche un modo per ammorbidire le implicazioni della scelta fatta dai personaggi) ribadisce in realtà il punto: non penserete davvero che delle persone che, come tutte, hanno segreti e bugie da nascondere, possano scientemente arrivare a mettersi in gioco così tanto? Non penserete davvero che una sfida siffatta possa essere accettata? Non penserete davvero che questo tabù (eccolo) possa essere infranto? No, è l'evento astronomico a stravolgere la normale logica comportamentale e a condurre queste persone a mettersi in gioco, ad affrontare le conseguenze della loro sfida. E quando l'effetto dell'eclisse sarà passato tutto tornerà alla normalità e quel disvelamento si scoprirà mai avvenuto. Le cose sono state viste, per un attimo, sotto una luce diversa: una luce accecante, uniforme, che non permette ombre, chiaroscuri, che rende tutto innaturalmente, mostruosamente chiaro (le opinioni personali, i tradimenti, le considerazioni reciproche, i pregiudizi, le scorrettezze).
Quindi, una volta denudate tutte le piste narrative, il confronto diventa gioco al massacro, l'intreccio rivela problematicità serie, si fa potenzialmente tragico, il film virando improvvisamente (come spesso avviene nei lavori del regista) sul dramma.
Perfetti sconosciuti, insomma, narra consapevolmente di un'ipotesi limite, di uno svelamento impossibile: è un what would happen che, aprendo uno squarcio sulla sostanza reale dei rapporti (tutti), mostra come essi funzionino, come si reggano su menzogne, rassegnazioni, rifiuti ad accettare la realtà, prese d'atto delle altrui inadeguatezze. Nell'intuire questo ambito e nel muoversi in esso con acume e la necessaria accortezza, senza inciampare in facilonerie, nel suo mostrare, anche spietatamente, un nervo scoperto, nella direzione sensibile di un cast ispirato, sta il merito del film, il più maturo ad oggi del regista.