Drammatico

PAZZI IN ALABAMA

Titolo OriginaleCrazy in Alabama
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1999
Genere
  • 66465
Durata109'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo di Mark Childress
Fotografia
Scenografia
Musiche

TRAMA

Quella carogna di Chester ha fatto una brutta fine: il suo corpo viene rinvenuto nel freezer della casa in cui viveva con la moglie Lucille. Costei sogna la fortuna ad Hollywood e si lancia on the road con un curioso compagno di viaggio: il cadavere è stato decapitato….

RECENSIONI

Il Banderas che non t’aspetti: all’esordio registico l’attore adatta Childress rimestando nei ’60, si appropria della dark comedy e la ritaglia adeguatamente sulla moglie Melanie Griffith. Il narrato non prescinde mai da una dimensione smaccatamente morale, quasi vigliaccamente commovente ma sempre e comunque stemperata dallo scetticismo destruens dell’ironia (il crescendo finale fa l’occhiolino ai Coen Brothers); dunque non è cinema puro e spoglio da imbarazzi ma si affanna a trasmettere sparsi messaggi (contro la schiavitù femminile, il razzismo, l’amore per la forca, la Macchina del Sogno chiamata televisione), che vengono digeriti per la leggerezza del tocco ed il brioso estro della messinscena. La vicenda di Lucille, che dialoga con la testa mozzata del marito per guadagnarsi la rivalsa postmortem, appare mutuata da una piece dell’assurdo; ma il suo personaggio, pregno senz’altro di devastante follia (omicida e non solo) viene perdonato dallo spettatore che decide di regalarle la propria complicità. Contemporaneamente si dipana la classica caccia all’uomo da parte di uno sceriffo stronzo e razzista (l’omicidio del dodicenne rimanda al pestaggio di Rodney King, 1991), facile simbolo della provincia come bacino di ambiguità; l’intreccio conclusivo tra i due filoni tramici sarà prevedibile ma condotto con solidità di polso ed un senso della messinscena temporale/spaziale fluido ed avvolgente. La Griffith, spesso bersagliata da più parti, mi pare invece un’attrice completa: appena uscita dall’orgasmica prova di CELEBRITY si veste all’uopo di una tenera aria retrò che la rende una psicotica assassina, ma con una certa classe (il modello è chiaramente Doris Day); Meat Loaf è mimetizzato in un ruolo d’ingombrante malvagità, Morse si aggira come comprimario e Rod Steiger piazza il marchio d’un succoso cammeo. Il film, che da subito ha avuto le spalle coperte dal colosso Columbia Tristar, è tutto giocato sulla crudele contrapposizione tra quotidiana devianza e volontà di sognare (Lucille, ma anche tutti coloro che la ammirano in Tv), di innalzarsi dall’odiata realtà fissando il postulato della Follia come imprescindibile marchio di normalità - paradosso formaniano, questo, già debitamente esplicato altrove e meglio in un ampio chilometraggio di pellicola. Se l’atterraggio sul nido del cuculo è a tratti difettoso (ma non in debito d’ossigeno), gli States confermano con il loro cinema la tendenza a lavare i panni sporchi in famiglia: inquadrare il frammento di Storia, rischiararlo con una luce “sociale”, restituire la verità al grande pubblico. Dall’empia triade Banderas esula vivacemente: egli non dimentica mai i suoi personaggi, non antepone la rigida regola alla carnosa formula per dimostrarla, manca l’originalità ma talvolta tocca le corde del cuore. Gli applausi veri, non quelli registrati negli studios, si sono stufati di aspettare le grandi occasioni: un celebre interprete, peraltro forgiato dallo stranoto immaginario, che imbraccia la cinepresa senza sfigurare.... in quanti saprebbero farlo?