Commedia

PARLAMI DI TE

Titolo OriginaleUn homme pressé
NazioneFrancia
Anno Produzione2018
Genere
Durata100'
Sceneggiatura
Tratto daJ’étais un homme pressé di Christian Streiff
Musiche

TRAMA

Alain Wapler, noto manager dell’auto, viene colpito da un ictus che lo costringe a rivedere la sua vita.

RECENSIONI

La crisi dei manager è stata tematizzata a Hollywood in film come The Company Men di John Wells (2010), con i dirigenti colpiti dalla recessione costretti a ricominciare dal basso; in Italia ne L’industriale di Giuliano Montaldo (2011), racconto classico su un piccolo imprenditore che lotta per la sua fabbrica, o nella premessa visionaria de La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi (2015), immaginare un addetto alla moral suason che convince dirigenti incapaci a dimettersi. Hervé Mimran porta la questione nella zona della commedia francese. Alain, però, non è un manager “in crisi per la crisi”, la sua parabola aggira la legge del mercato: all’inizio viene colpito da un ictus ed è questo che lo costringe alla obbligatoria revisione al ribasso. Il regista lo inscena rallentando il ritmo del racconto: se l’incipit si risolve in brevi inquadrature e raccordi veloci, volti a incidere l’affresco dell’uomo di fretta (pressé, dal titolo originale), il percorso della storia viene poi forzatamente congelato e portato verso la lentezza. Alain dopo l’incidente non sa più parlare correttamente e così è costretto a riscoprire il significato delle parole, aiutato dalla logopedista Jeanne: evidente contrappasso per il manager che faceva del verbo la sua forza, motivava i dipendenti e arringava la folla nei saloni. La privazione lo costringe in passività e spinge a reimparare: non solo le parole, naturalmente, ma anche i sentimenti e dunque si impone una complessiva riorganizzazione della vita votata al lavoro.
Il film poggia sulla lingua per intavolare il congegno comico, che su di essa interamente si basa: Alain scambia le parole, le mescola, dice il “fuori luogo”, buonanotte invece di buongiorno, e per questo l’azienda lo licenzia, spietatamente, perché ormai inabile al ruolo. A quel punto la riscrittura di sé si può realizzare, appianando gradualmente tutti i contrasti, dalla scoperta della propria umanità («Prima non aveva mai detto grazie») al recupero del rapporto con la figlia. La riconquista della parola passa per l’amicizia con Jeanne/Leïla Bekhti, che diviene per Alain ciò che era Lionel Logue per il re Giorgio VI, un medico-amico che permetterà il “discorso del manager”.
Mimran, purtroppo, non sfrutta a dovere la disabilità comica dell’uomo, limitandosi a una confusione linguistica basata sulla ripetizione, trovando senso in una sola scena (Alain al centro dell’impiego: sentiamo prima cosa pensa di dire e poi ciò che dice veramente, in modo disarticolato); dall’altra parte, mentre si avvicina lo scioglimento, l’autore rende tutto esplicito e sottolinea l’ovvio, nella sua palese volontà di risolvere ogni asperità metaforizzata nell’immagine dell’uomo nuovo che salva un cerbiatto nel fiume. Puntellata di innesti e contorni che si limitano a cenni (il privato della terapista, l’infermiere) Parlami di te sarebbe una favola edificante a lieto fine, e non c’è niente di male, se non fosse esangue e quasi evanescente, solo parzialmente riscattata dall’interpretazione di Fabrice Luchini a un passo dalla maniera.