Drammatico

PARKLAND

NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Durata93'
Sceneggiatura

TRAMA

Le vicende caotiche verificatesi a Dallas, in Texas, il 22 novembre del 1963, il giorno in cui fu assassinato il presidente John F. Kennedy. Incentrato sugli agenti dei servizi segreti, sui poliziotti locali, sulle infermiere e sui medici del Parkland Memorial Hospital dove il presidente ferito fu ricoverato, su Abraham Zapruder la cui cinepresa a 8mm riprese l’assassinio e sulla madre e sul fratello di Lee Harvey Oswald, il film intreccia insieme le prospettive di un gruppo di persone comuni catapultate all’improvviso in circostanze straordinarie.

RECENSIONI

Parkland torna sull’assassinio di Kennedy, ma funzionicchia solo nell’incipit: i punti di vista dei personaggi (il giovane medico che dovrà occuparsi del Presidente morente, Zapruder che riprese l’attentato, un agente FBI, un funzionario di polizia che aveva delle lettere di Oswald etc) si intrecciano in una narrazione piuttosto tesa, tutta delegata al montaggio, nella mescola strategica tra filmati di repertorio e una fiction ricostruita facendo tendenziale ricorso allo stesso registro visivo, culminando nello scenario inedito della sala operatoria. Ma è poco più di un frammento, tutto quello che segue (dall’operazione chirurgica sul corpo di JFK si passa, con evidente ammicco teorico, a quella sulla cinepresa di un Zapruder tormentatissimo; il conflitto paradossale tra FBI e polizia dello Stato; l’irrompere fuori registro della madre di Oswald, figura di una tragedia familiare che culmina in una vera e proprio maledizione che pesa sull’intera genìa) girando stancamente intorno al nucleo del film, quello che ne giustificherebbe l’esistenza e che individua una sorta di teorema narrativo nelle vicende reali: due eventi clamorosi (l’assassinio di Kennedy e quello di Oswald) sono stati entrambi ripresi dall’occhio meccanico di una camera ed entrambi sono culminati nel decesso dei protagonisti nella medesima sala operatoria del Parkland Hospital. Capirai.

Un po’ pochino, insomma, per farci un film, anche se si può contare, per dare forza alla tesi, su un montaggio  alternato tra i funerali, nella folla sciamante, di Kennedy e la triste tumulazione semideserta di Oswald. Senza necessità di scomodare il citatissimo film di Stone (Bobby di Estevez è riferimento più pertinente), è fin troppo facile pensare, in un’epoca di straordinarie serie televisive, a questo saggio zoppicante sulla relatività delle narrazioni come a un esercizietto di rara pochezza.