Commedia

PANE E TULIPANI

TRAMA

Una casalinga, moglie e madre, di Pescara in gita a Pompei viene lasciata dal pullman dei gitanti in un autogrill dell’autostrada, anche per sua distrazione. Contattata telefonicamente dal marito, resta un po’ in attesa di essere ripresa a bordo, ma poi…riflette e pensa di concedersi una vacanza, quasi a rimediare al torto di essere stata dimenticata e non solo. Giunge a Venezia, dove trova un lavoro, ma è ricercata e ritrovata dal detective ingaggiato dal marito per poi….(realta’ o fantasia?) ritornare nella citta’ della laguna.

RECENSIONI

Soldini continua sulla strada di un cinema introspettivo in cui i dettagli diventano quasi protagonisti, insieme ai fili del destino mossi da un millepiedi impazzito che permettono incontri casuali in grado di rivoluzionare completamente la propria esistenza.
Il film ha un inizio avvincente con la brava Licia Maglietta, dimenticata in un autogrill da figli e marito, che decide di prendersi una pausa dalla sua vita, diventata ormai da molti anni routine, lasciandosi per caso trasportare dagli eventi fino a Venezia, citta' che non ha mai visto ma sempre sognato. Penso scatti quasi subito l'immedesimazione con il suo personaggio, indipendemente dal grado di soddisfazione della propria vita, rispondendo a una domanda interiore che porta a valutare ipotesi diverse. "Se fosse capitato a me come mi sarei comportato?" Emoziona vedere la protagonista riscoprire il brivido di non sapere cosa accadra' domani e anche gli incontri casuali sembrano dettati, piu' che dal fato, da una naturale predisposizione alla vita in grado di filtrare automaticamente cio' che non e' affine. Dopo queste piacevoli intuizioni, pero', il film un po' si perde. A parte un brillante Bruno Ganz, i personaggi di contorno tendono a prendere il sopravvento, con le caratteristiche dello stereotipo e interpretazioni sopra le righe che risultano simpatiche, ma allontano dalla realta' suggerita dallo spunto iniziale. Con un sorriso si coprono le varie problematiche e anche lo spessore psicologico della protagonista diventa poco credibile e tutto proteso verso un finale conciliante ma poco incisivo. .

L’aria serena dell’acrobata sulle anime divise in due: Silvio Soldini si fa portare in gondola verso la felicità dalla compagna Licia Maglietta, faccetta buffa ed amorosa che, già in Le Acrobate, gli indicava i cantucci della magia fra un vissuto amaro ed un altro. I titoli di testa inquadrano il cielo azzurro e il percorso formativo (on the road), stavolta, si colora di pastelli brillanti, lasciando alle spalle dolori, rimpianti, cappi da suicidio e l’indifferenza che spegne il cuore di tante casalinghe saziate a pane senza tulipani (attenzioni, affetto, riconoscimenti). L’umore è spensierato ma tiene conto dei pensieri: lo compongono i personaggi grotteschi (l’idraulico/detective, l’ariostesco Bruno Ganz, il fioraio scorbutico), il commento sonoro pizzicato di Giovanni Venosta, certi sapori kusturicani, big-lebowskiani, l’amato intrecciarsi kieslowskiano di destini e simbolismi, lo straniamento kaurismakiano e la commedia americana stampata con colori almodovariani su cartoline stile Prévert. Con pudore desueto, gli amori nascono dalle ceneri dei fallimenti e la nuova, allargata famiglia ha una qualità più genuina di quella istituzionale abbandonata, non a caso ripresa con una telecamera digitale, mediata, forse falsa(ta). La lotta fra idealismo greco e pragmatismo romano, fra senso del dovere e diritto alla felicità, prende il volo in una fiaba alla Thelma & Louise dove, oltre a scoprire se stessa con tutte le proprie qualità nascoste, la novella Cenerentola (perde una scarpa…) è visitata dai fantasmi di un passato che continua a nutrirla di carboidrati. Il ritorno all’ovile di Rosalba scatena un gesto romantico che pretende l’esatto contrario di ciò che, all’apparenza, potrebbe sembrare giusto: riporta la deliziosa presenza di un fiore non colto nel giardino delle solitudini.