Avventura, Fantasy

PAN – VIAGGIO SULL’ISOLA CHE NON C’È

Titolo OriginalePan
NazioneU.S.A./ Gran Bretagna/ Australia
Anno Produzione2015
Durata111'
Sceneggiatura
Tratto dadai personaggi di «Peter Pan» di J.M. Barrie
Scenografia

TRAMA

Peter è un dodicenne con una insopprimibile vena ribelle, ma nel triste orfanotrofio di Londra dove ha vissuto tutta la vita queste qualità non sono ben viste. In una notte incredibile Peter viene trasportato dall’orfanotrofio dentro un mondo fantastico, popolato da pirati, guerrieri e fate, chiamato Neverland. E lì si ritrova a vivere straordinarie avventure e a combattere battaglie all’ultimo sangue nel tentativo si svelare l’identità segreta di sua madre, che lo aveva abbandonato tanto tempo prima, ed anche il suo posto in questa terra magica. In una squadra formata dalla guerriera Tiger Lily e dal suo nuovo amico di nome James Hook, Peter deve sconfiggere lo spietato pirata Blackbeard per salvare Neverland e scoprire il suo vero destino: diventare l’eroe che sarà conosciuto per sempre con il nome di Peter Pan.

RECENSIONI

Il prequel della storia del ragazzo che non voleva crescere - il Peter Pan di J.M. Barrie - è un progetto di cui è difficile comprendere le coordinate: sforzo produttivo maiuscolo (150 milioni di dollari), dunque destinato a un numero di spettatori direttamente proporzionale all’entità dell’investimento, viene affidato a un regista che, per quanto a suo agio con i budget consistenti, è molto lontano dalle delicatissime logiche del film adolescenziale e, soprattutto, dall’essere uno stratega commerciale che ragiona in termini di botteghino. Pan è un ibrido che scontenta il suo pubblico di elezione - ragazzini e famiglie -  perché se squaderna favola, tematica adeguata, effetti speciali e un 3D di prim’ordine, non ha magia e, pur puntando allo spettacolo, non riesce ad essere davvero spettacolare. Né, rovesciando la questione, si potrà vedere in esso un giocattolo raffinato che, fingendo di puntare alla massa, di fatto naviga verso il cinefilo più eclettico: ragionare in questi termini equivarrebbe a imboccare una comoda scappatoia critica; nessun tycoon spenderebbe tanti quattrini per sollazzare quella fascia di pubblico (e anch’essa, peraltro, ha ben poco per cui sollazzarsi): Pan vuole essere un blockbuster, punto. E non ce la fa.
Joe Wright, lo dico da sempre, è un signor regista. Ed è autore, in crescendo, di tre magnifici adattamenti: da Orgoglio e pregiudizio a Espiazione fino al suo acme Anna Karenina, distillato di una capacità rara, quella di pensare la letteratura per immagini. Pan si avvicina a quest’ultimo per l’idea di stilizzare la storia, renderla scarna struttura da seguire in trasparenza per godere, in primo luogo, di un impianto visivo che la traduca in primis in termini cinematografici.

Ma, prima di tutto, lo sceneggiatore non è, come nel precedente, Tom Stoppard. E si sente: la scadente scrittura di Jason Fuchs, puntando a ridurre la storia a un filo essenziale che contenga tutto quello che narrativamente serve a coinvolgere lo spettatore, fallisce clamorosamente il bersaglio. Così se il film azzecca il prologo ambientato nell'orfanotrofio, presentando un mondo narrativo che è subito, in modo cristallino, quello visto attraverso gli occhi del piccolo protagonista (quindi fortemente idealizzato), pian piano tende a perdere fuoco, finendo con lo stagnare nel suo concentrato di prevedibilissime fantasie infantili in salsa high-tech, in un minutaggio dilatato a dismisura che alla figura di Peter Pan (complessa, umbratile, piena di sfumature, oscillante tra benevolenza, candore e crudeltà - tutte caratteristiche che non troverete -) non conferisce nessuna lettura significativa o in una chiave originale che giustifichi il coloratissimo bendidio in campo. Joe Wright da un lato cerca di imbastire una grandiosa operazione visiva, con derive quasi cartoonistiche, con un uso sperticato di CGI e, dall'altro, di tutto questo dispendio registico ed effettistico (di qualità elevata, sia detto), così come del sontuoso apparato scenico, fa solo sfoggio, senza renderlo aderente alla storia o ai personaggi: il risultato è un glaciale album di figure bidimensionali, cui non si attribuisce un carattere neanche per mera presunzione. Non solo. Lo script, indeciso e presuntuoso, prende allegre cantonate tentando la carta dell'opera pop e consapevole (Smells Like Teen Spirit dei Nirvana canta il popolo di Neverland, in un momento che sottintende la ribellione di un'età e il suo nichilismo, ma che, nell'economia prettamente stilistica del film, stona assai - come anche il Ramones moment -). Non pago, Pan vuole agire di simboli e aizzare il metatesto (peccato che quando Peter afferma, con un sottinteso che ha la delicatezza di un macigno, «Non ho mai creduto alle favole della buonanotte», mi viene solo da rispondergli: figurati io, figurati adesso), ma senza sviluppare tali motivi in termini maturi o davvero interessanti, non sollevandosi, l'intenzione, dal pedante e velleitario commento al nascente mito che va a raccontare. Capirai.
Insomma, il pathos, come l'Isola, non c'è e Pan si rivela un film limpidamente sbagliato - quindi neanche malato -, un sacrosanto (e, quel che è peggio, facilmente divinabile) flop (il film nelle sale è stato un bagno di sangue, tra i massimi della Storia) che, temiamo, potrà frenare il cammino di Wright, uno di quei registi che riesce a fare un cinema visivamente esaltante ma, vivaddio, con grandi star, storie interessanti e un sacco di soldi. Incrociamo le dita per lui.