Azione, Commedia, Drammatico

PAIN & GAIN

TRAMA

Da una storia vera. Miami 1995: Daniel Lugo è un body builder da poco uscito di prigione, dove è stato rinchiuso per frode sanitaria. Decide allora di presentare il suo curriculum alla Sun Gym, una delle palestre più quotate ed importanti della città, per trovare lavoro come prsonal trainer. Il proprietario della Sun Gym, John Mese, tralasciando la questione del carcere, lo assume perché convinto che Lugo possa davvero riuscire a incrementare le iscrizioni e rendere il fitness più popolare. Una volta assunto Daniel mantiene le aspettative e triplica le adesioni nel giro di tre mesi, conquistando una posizione di rilievo all’interno della palestra e facendo amicizia con l’allenatore Adrian Doorbal. Quest’ultimo è ossessionato dai muscoli tanto da fare uso massiccio di steroidi che, dopo averlo reso impotente, lo costringono a curarsi in una clinica specializzata. Lugo, una persona molto ambiziosa, subito dopo l’assunzione si interessa ai guadagni e allo stile di vita di un nuovo membro della palestra che comincia ad allenarsi come suo cliente: Victor Kershaw, un magnate della ristorazione arrogante e presuntuoso, che ritiene che Daniel sia solo un poveraccio. (da Wikipedia)

RECENSIONI

Il grande Tony Scott aveva inventato un genere, o meglio, aveva risposto a una domanda: cosa succede se un regista cristallizzato in un’idea di cinema viene trascinato fuori dalla sua comfort zone? Ci aveva dato una risposta provvisoria con Una vita al massimo. La sceneggiatura postmodernamente cool di Tarantino andava da una parte, il suo stile (all’epoca si diceva senza vergognarsi) da videoclip da tutta un’altra. Il risultato aveva un suo fascino. Quello scarto tra la forma e il contenuto, la tensione continua tra l’intenzione e il risultato dotava il film di una sua inquietudine del tutto nuova, per il regista, e forse preterintenzionale. La Prova del Nove arrivò con Domino. Lì i fattori divergenti in gioco erano addirittura tre: Tony Scott in quanto Tony Scott, il fatto che si trattasse di un biopic ancorato alla realtà e la scelta di far sceneggiare questa cosa a Richard Kelly, alieno sia al cinema di Scott che al realismo drammaturgico, se così si può dire.
Funzionò. E come. La chiave stava forse nel fatto che la vicenda di Domino Harvey era strana come solo la realtà sa essere: modella figlia di una modella e di un attore (Laurence Harvey) diventa una cacciatrice di taglie (per poi morire di overdose l’anno dell’uscita del film, il 2005). Ecco che il modo migliore per raccontare una storia del genere era, forse, parafrasarla, fregandosene dell’attendibilità ma cogliendone l’essenza schizofrenica. A quel punto, tutto tornava. L’ipertrofia dello specifico filmico, le scorrettezze narrative nei confronti dello spettatore, le parentesi oniriche à la Donnie Darko. Tutto.

Potremmo dire, con buona approssimazione, che Pain & Gain è il Domino di Michael Bay. I punti di contatto sono davvero tanti: regista che la vulgata confina nei territori del mainstream più caciarone (e vituperato) si avventura in una (relativamente) piccola produzione fuori dalle sue corde in cui racconta una storia reale-ma-poco-realistica generando un cortocircuito virtuoso. P&G è, teoricamente, un film alla Fratelli Coen (molti snodi grotteschi della vicenda narrata sono coeniani fino al midollo) ma è come se i Coen lo avessero scritto e girato sotto anfetamina. Non è un caso che Michael Bay si senta più a suo agio nella seconda parte del film, dal tentato omicidio di Victor Kershaw in poi. Prima arranca un po’, è troppo didascalico e ripetitivo in molti passaggi, rischia davvero di sentirsi (e far sentire lo spettatore) straniero in terra straniera. Poi, quando le cose si fanno rocambolesche, trova una collocazione per il suo stile ipercinetico e contundente, impoverito e insieme arricchito dai pochi mezzi (economici) a disposizione (un decimo del suo budget usuale). L’impressione, strisciante ma costante, è che nel film ci sia qualcosa di sbagliato, un conflitto tra scrittura e regia, tra teoria e pratica. Ed è come se Bay stesse sempre sul punto trasformarsi Pain & Gain in qualcosa che non diventa mai.

Contribuisce ad aumentare lo spaesamento l’impossibilità di immedesimazione spettatoriale. I protagonisti sono degli idioti armati di cattive intenzioni, per i quali non c’è modo di simpatizzare. Ma anche le loro vittime non sono da meno, in quanto a idiozia e simpatia. A chi guarda, non resta che allontanarsi dalla materia trattata e dai personaggi. Si tratta di un posizionamento scomodo, privo di appigli empatici,che però, da un certo punto di vista, restituisce l’assurdità di una vicenda che vede come protagonista un microcosmo di miseria e di stupidità umana. Microcosmo nel quale non si riesce mai a entrare, limitandoci a indagarlo dall’esterno, ma che quindi, neanche tanto paradossalmente, diventa Credibile e Vero.
Attori perfetti: uno di quei casi in cui la relativa (in)capacità recitativa diventa un plusvalore indispensabile alla riuscita dell’operazione (cfr. il Casper Van Dien di Starship Troopers).