Fantascienza

PACIFIC RIM

TRAMA

Dei mostroni sovradimensionati, i Kaiju, emergono dalle acque dell’oceano per conquistare la terra. Gli uomini si attrezzano costruendo dei robottoni giganteschi. Oh Yeah.

RECENSIONI

Questa di Del Toro è un’operazione per molti versi peterjacksoniana: il King Kong neozelandese era, con tutta evidenza, un prodotto/sogno, pensato per saziare le fantasie cinefile di bambini cresciuti alla ricerca dei vecchi, ma rinnovati, brividi. Quei brividi puberali, nei quali il formicolio generato dal monster movie si mescola coi sogni bagnati, i peli sotto le ascelle e la voce piena e/ma stridula. Funzione omologa l’aveva svolta Jurassic Park, coi suoi dinosauri, “mostri” reali(stici) dall’appeal quasi ricattatorio, per un certo tipo di pubblico.

Pacific Rim sprizza dunque nostalgia da tutti i pori. Ed è programmaticamente dedicato alla memoria di Inoshiro Honda e Ray Harryhausen, vale a dire Kaijû eiga (“i film di mostri giganti” dei quali Gojira/Godzilla è il capostipite) e il cinema come stupore adolescenziale, con la fantasia tecnico-effettistica al potere e/ma al servizio di pellicole ingenue e stupidotte. Il che è già più che sufficiente a farsi un’idea del film in questione. Che però cala pure l’asso, mobilitando e contaminando un altro tipo di immaginario, quello del vasto mondo dei mecha anime, a sua volta riassunto nella sua complessità ibridando i super robot di Go Nagai ed epigoni (Mazinga, Goldrake) coi real robot figli di Yoshiyuki Tomino e del suo Gundam.

E il gioco è fatto. Pacific Rim diventa così una perfetta macchina da guerra, pronta a mandare in solluchero cinefili di ritorno, nerd, geek e otaku, e ad imbrigliare il pubblico generalista con una sceneggiatura elementare fino al basico e un impatto visivo impressionante. La consueta plasticità, la fisicità della regia di Guillermo Del Toro funziona alla perfezione: il sovradimensionamento delle creature riempie lo schermo ma non lo evade, il ralenti costante ma quasi subliminale dà consistenza filmica alla mole dei contendenti e rende l’azione, anche la più concitata, perfettamente intelligibile, mentre la fotografia del fido Navarro rifugge dai colori nitidi, patinati, giocattolosi à la Transformers e predilige un look notturno, fatto di tinte scure, livide, realistiche, coi Jaegers che sembrano veri pezzi d’antiquariato perfettamente conservati e funzionanti.

Si può chiedere di più da un film incentrato sulla guerra tra robottoni giganti e megamostri provenienti da un’altra dimensione? Può darsi. Perché può darsi che le sezioni live action, diciamo, risultino un tantino goffe, ingabbiate in un grappolo di cliché e imbarazzante prevedibilità. Però, in un certo senso, un contesto del genere non sembra concedere molti margini di manovra a una scrittura comunque fluida e non priva di trovate simpatiche.

Come Transform(er)are i leggendari, kitsch film kaiju giapponesi, quelli con mostri di gomma che s’aggiravano per modellini di città? Come, al contempo, omaggiare la robot-mania in anime, pervenuta dal Sol Levante negli anni settanta? Guillermo Del Toro gira il film che avrebbe voluto vedere a otto anni (dice), un giocattoloso blockbuster che Hellboyizza non solo con la presenza dell’attore-feticcio Ron Perlman, ma anche con il sempre poco persuasivo stilema dei suoi fantasy commerciali, dove l’epicità è spazzata via dalle gag. Dopo l’aria smargiassa dei ranger, il trauma della perdita e della non invincibilità dei robot umani promette tracce tragiche e di spessore che vengono presto disattese dalle troppe convenzioni narrative ma, nel suo essere basica in trama e psicologie, l’opera offre senz’altro ciò che ha promesso in trailer e marketing globale: un continuo combattimento fra titani, spettacolare nella sua animazione in 3D (sempre di “disegni animati” si tratta), con talentuoso/nostalgico design dei jaeger (è nota l’inventiva di Del Toro per i mostri, per quanto esigenze di trama, con omaggio a Godzilla, vogliano link con i dinosauri). Dispiace, allora, trovarsi di fronte ad un racconto indifendibile, soprattutto nella seconda parte, per caratteri e situazioni risapute, per espedienti che, ormai, sono un clone il cui modello originale si perde nella notte dei tempi (alla sceneggiatura, non sarà un caso, anche il Travis Beacham di Scontro tra Titani). Il look e l’animazione digitale: senz’altro notevoli, ma persuadono meno di quelli di Transformers, alla ricerca di maggior realismo nell’integrazione continua con “scene dal vero” diurne. Del Toro che, come fonti d’ispirazione, ha citato l’anime Super Robot 28 e “Il colosso” di Goya, cerca, al contrario, le scene notturne colme di colore (che siano i riflessi delle mille luci al neon di New York o della lava sottomarina) e trova un effetto (voluto?) ancor più “disegnato” (finto), a rischio Speed Racer (che, però, era esteticamente più coraggioso).