Commedia

OVOSODO

NazioneItalia
Anno Produzione1997
Genere
Durata103'

TRAMA

Infanzia e adolescenza di un abitante del quartiere Ovosodo di Livorno.

RECENSIONI

Dopo le Ferie d'agosto Virzì racconta con una commedia dolceamara l'educazione sentimentale (e non solo) di un ragazzino comune.
Si è parlato di un umorismo toscano alternativo sia a quello di Benigni, sia a quello di Pieraccioni. Ancor di più si è sottolineata l'ottica di sinistra del cinema di Virzì. Quel che interessa più di un ipotetico "toscanismo" del regista è la sua capacità di esprimersi in modo personale e convincente, divertendo senza volgarità e facendo pensare senza patetismo. Allo stesso modo il protagonista del suo film non ha spessore semplicemente in virtù della sua origine proletaria: è un personaggio ma anche una persona verosimile (ed amabile, senza eroismi). Poco amante dello studio ma molto amante della letteratura e delle storie (raccontate ai colleghi operai manifestando e generando puro entusiasmo) il giovane Ovosodo è in verità un po' dickensiano (come Copperfield, e come il protagonista del citato Grandi speranze). Buono in teoria, di poca iniziativa, si lascia a lungo trascinare dalle diverse correnti, senza perdere la purezza. A differenza delle donne: significativamente più attive. Ma anche Ovosodo raggiungerà, quasi per caso, maturità e serenità: un lavoro semplice, una compagna pratica e devota, un figlio non programmato ma subito amato. In un finale come sempre lieto senza esagerare. Tutto questo passando per vicende leggere o tragiche, in un ricco ambiente sociale ed umano: una famiglia senza madre, in cui arriva la giovane nuova compagna del padre, un fratello con problemi, amici ricchi e un po' sbandati... Senza dimenticare l'insegnante poetica e disperata (la brava Nicoletta Braschi) e le due donne che segnano il passaggio da adolescenza ad età adulta. La prima ha il fascino della stranezza malinconica (fascino labile ed adolescenziale) e l'aspetto di Regina Orioli. La seconda è la tipica ragazza della porta accanto, semplice, solare, indipendente; sa cosa vuole e prima o poi lo raggiunge (ma quanto è realistica e tenera la parentesi del breve "fidanzamento" infantile tra i due!). Ad interpretarla una Pandolfi in parte. Il risultato finale è un prodotto facile da amare, proprio perchè concilia diverse esigenze e conquista con uno stile personale ma non disorientante.

Fresco, coraggioso "flashback" (in forma di filmino amatoriale, con Io narrante del protagonista) sulla difficoltà di crescere, fra i primi pruriti sessuali, le prime amarezze esistenziali, le prime disillusioni nei modelli seguiti, in amicizia e in amore. Conclusione: nonostante l’ovosodo (il magone, ma è anche un quartiere di Livorno) che non va giù, la Vita trova una sua serenità. Virzì conferma il proprio talento nella coralità, nello schizzare caratteri bozzettistici dotati di una grande anima, nel dirigere gli interpreti, nell'unire buffoneria, sentimento e malinconia in questa rivisitazione della commedia all'italiana che ha nostalgia del Neorealismo (gli attori non professionisti), di Fellini (la negoziante che ricorda la tabaccaia di Amarcord), del Cuore di De Amicis, delle dicotomizzazioni rohmeriane fra donne elette (Claudia Pandolfi) e tentatrici (Regina Orioli), della spontaneità truffautiana, della risata becera toscana. E l'autore non scimmiotta, rielabora: peccato, allora, che incespichi fra i paletti di una sceneggiatura più impostata della messinscena, meccanica nel cercare le situazioni "tipiche" (al limite del banale) dell'adolescenza, spesso adagiata sugli stereotipi, faziosa quando pretende di mettere troppa carne al fuoco (la lotta di classe, la Scuola che pretende i "classici" e non insegna i contemporanei, la connotazione apologetica degli operai contro gli industriali tromboni). Fra tipi buffi, amarezza e malinconia, si dipinge un protagonsita “diverso” che finirà…come molti (nella “normalità” di casa, lavoro e famiglia). Bel tocco il ritorno finale alla casa della maestra. Gran Premio della Giuria a Venezia.