Yakuza

OUTRAGE CODA

Titolo OriginaleOutrage Coda
NazioneGiappone
Anno Produzione2017
Genere
Durata104'
Sceneggiatura

TRAMA

Il clan degli Hanabishi vince la guerra contro i Sanno. Subito dopo l’ultimo scontro, Otomo ha attraversato il confine con la Corea del Sud, sotto la protezione segreta del presidente Chang. Anni dopo, uno degli Hanabishi di nome Hanada va in Corea dove uccide uno dei piccoli criminali legati a Chang creando ulteriori risentimenti. Otomo torna in azione mentre tra gli Hanabishi esplode una guerra tra fazioni.

RECENSIONI

                              FUORI QUADRO

Quanti film ancora dovrà realizzare il grande Takeshi Kitano per conseguire la tanto agognata consunzione (autoriale, s’intende)? Sono passati tredici anni dall’uscita di Takeshis’, opera spartiacque che inaugura il ciclo di decostruzione artistica del cineasta giapponese, sorta di stravaganza post-identitaria che arriva a cristallizzarsi in Kantoku Banzai (2007), prima della rielaborazione della crisi in chiave patetica presente in Achille e la Tartaruga (2008). Il percorso intrapreso da Beat Takeshi è, inutile dirlo, straordinario: dopo essersi costruito una solidissima reputazione di autore infallibile (dall’esordio fulminante del 1989, Violent Cop, al sublime Dolls del 2002, ha infilato un capolavoro dietro l’altro), Kitano ha progressivamente disatteso i protocolli “imposti” dal proprio ruolo, prendendosi gioco di spettatori e critici con film nei quali la figura stessa del regista-demiurgo si dissolve in una fragorosa risata. È curioso il fatto che questo nuovo ciclo di Kitano termini con il recupero del cinema di genere, filone spesso evocato nelle sue opere più celebri. La cosa che più sorprende nel suo ultimo lavoro, Outrage: Coda, è la sospensione dell’autore tra due mondi: da una parte abbiamo i meccanismi codificati nei precedenti capitoli, Outrage (2010) e Outrage Beyond (2012), yakuza-eiga solidi e austeri nella descrizione minuziosa dei rapporti tra clan, degli affari che muovono conflitti e alleanze, delle logiche affaristiche che sostituiscono l’onore e la lealtà, e dall’altra il desiderio del protagonista di Otomo di fuggire, come lo stesso Kitano, dalle strette maglie della propria identità (quando il gangster Hanada gli chiede: «Voglio sapere il tuo nome», Otomo risponde: «Il mio nome è vaffanculo»). La scena iniziale del film è, in questo senso, paradigmatica: Kitano fa cominciare il film fuori dal palcoscenico principale, in un altrove nel quale gli elementi di scena sono un bacino d’acqua, un pontile che si proietta su di esso e due yakuza intenti a pescare. Otomo (il gangster incarnato dalla maschera sempre più in-forme di Beat Takeshi) è in compagnia di un suo fedelissimo; entrambi abitano la scena come fossero separati dall’universo criminale che li vedrà protagonisti, e la loro quiete finirà per essere disturbata da un colpo di pistola, suono fuori campo che irrompe improvvisamente. Kitano rende visibile la rottura dell’equilibrio (e il tentativo di Otomo di restare ancora in comunione con lo spazio) attraverso un gioco di campo/controcampo nel quale assistiamo all’opposizione tra la fonte dello sparo (un terzo yakuza, luogotenente di Otomo, che gioca con una pistola) e i due succitati gangster: alla fine della scena non ci sarà nessun piano d’insieme a includere i personaggi, ma solo uno scambio di battute tra due spazi rigorosamente marcati, distinti («Dovevi venire a sparare proprio qui?», urla Otomo). Lo stesso meccanismo si ripete in molti momenti del film, come una specie di mantra stilistico: che Otomo si trovi a fronteggiare un singolo nemico (vedi il primo incontro con Hanada) o una schiera di gangster abbattuti a suon di mitragliate, il suo spazio è sempre rigorosamente demarcato, come ci fosse una linea invisibile tra se e il resto del mondo.

I primi minuti, in ogni caso, sono un’indicazione molto precisa dell’impostazione stilistica messa a punto da Kitano per raccontare il desiderio di morte, di fuoriuscita dal sistema che (s)muove la trilogia Outrage e che lo vede, qui come negli episodi precedenti, corpo svuotato di una volontà che vorrebbe chiamarsi fuori, restare su quel pontile o, al massimo, costituirsi come coscienza esterna dell’intera vicenda.
L’elemento che muove l’azione è, in apparenza, lo scontro tra Otomo e lo yakuza Hanada (appartenente alla famiglia giapponese degli Hanabishi), il quale prima ferisce gravemente due prostitute appartenenti a Mr. Chang, il boss coreano capo di Otomo, e poi uccide uno dei luogotenenti di quest’ultimo, scatenando la sua ira. Si è detto in apparenza perché, nel corso della vicenda, questo episodio costituirà per i boss dei vari clan un semplice pretesto per farsi la guerra tra loro, e la lotta intestina agli Hanabishi diventa a poco a poco il teatro dei conflitti che vedono protagonisti l’arrivista Nishino e il capo cosca Nomura. In questo fitto scenario non c’è posto per Otomo e la bassa manovalanza, almeno fino all’ultima parte del film: il gioco di opposizione prosegue, infatti, con la parziale uscita di scena di Kitano, che riemerge solo in qualche occasione per far “riposare” l’azione, mentre lo schema collaudato nelle opere precedenti torna a farla da padrone. Come spesso succede con i film della saga Outrage, è complicato seguire con precisione gli intrighi di palazzo; l’elemento interessante consiste nel fatto che Beat Takeshi raddoppia l’idea filmica esposta poc’anzi all’intera struttura del film, rimarcando a un tempo la propria differenza a livello meta-linguistico (Kitano resta fisicamente in limine litis, fuori campo ma sempre incombente) e ideologico (Otomo vuole vendicare la morte ingiusta di un amico ed è completamente disinteressato ai giochi di potere). L’escalation di violenza finale, meccanismo simile a quello di Outrage Beyond, riporta Otomo-Kitano nel quadro abituale, in quell’universo miracolosamente assente all’inizio del film e che, a poco a poco, inghiottirà nuovamente il protagonista sancendo definitivamente il suo fallimento. Sembra impossibile, in sostanza, uscire una volta per sempre dal proprio personaggio: non resta che portare a termine, in maniera prevedibile e pre-determinata, la propria vendetta e la propria vita, ripetendo ciò che il cinema (e la creazione) riproduce stancamente, nell’attesa di uno spazio nuovo (o di un’ultima risata).