Avventura

OMBRE BIANCHE

Titolo OriginaleThe savage innocents
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1959
Genere
Durata110’

TRAMA

Vita di un eschimese nel circolo polare artico: dopo giorni solitari a caccia, trova finalmente moglie. Ma arriva l’uomo bianco, portatore di progresso e sconvolgimenti ambientali.

RECENSIONI

Non del tutto persuasivo il tentativo di Nicholas Ray di unire finzione (il romanzo “Top of the world” di Hans Reusch) e documentario (voce fuori campo, incantati sguardi sulla natura). Se il Robert Flaherty di Nanuk l’Esquimese riusciva a romanzare il documento, Ray tenta l’approccio inverso e la veridicità odora di artificiosità hollywoodiana: Anthony Quinn, il cui personaggio ispirò la canzone “Quinn the eskimo” di Bob Dylan, è encomiabile in un ruolo non facile, ma la sua presenza in panni “etnici” la dice lunga. Drammaturgia e montaggio hanno qualche crepa nel ghiaccio (l’eschimese che non ha mai visto un fucile e dice “La pallottola ha rimbalzato”; la donna che partorisce con indosso i pantaloni), ma l’apologo contro l’etnocentrismo e il mito del buon selvaggio appassionano quanto la descrizione idilliaca della vita a contatto con la natura (difesa anche nel precedente film di Ray, Il Paradiso dei Barbari): la legge della sopravvivenza è meno crudele della “civilizzazione” che porta alcol, armi, regole spersonalizzanti e senso di colpa del peccato (che si scaglia contro l’usanza eschimese di “prestare le mogli”). Spesso descritta da Ray, la cultura minoritaria subisce quella dominante che, in questo caso, ride per scherno e non per amore (ridere, per gli eschimesi, è sinonimo di fare l’amore), che commercia il superfluo, che si presume superiore. Una parabola quasi controculturale e in anticipo di un decennio per certe conclusioni, per come dimostra la debolezza del bianco non autosufficiente, per le riflessioni sui valori occidentali dipendenti dalla religione e lontane dalle leggi della natura, per il modo sottile in cui bilancia il rapporto paritario maschio/femmina fra eschimesi (se, in apparenza, la donna è oggetto, in realtà ha libertà di scelta e ultima parola su tutto, in virtù di una saggezza che il maschio, dedito alla caccia e sprovveduto, pare riconoscerle). Per dare volto a questi “innocenti selvaggi” (un titolo originale programmatico degli eroi rayani), s’è costituita una co-produzione internazionale ambiziosa (Francia, Italia, Gran Bretagna), con sei mesi di riprese in 70 mm (Super-Technirama) e l’impegno di tre troupe, fra cui quella di Baccio Bandini, che girò esterni in Canada che andarono perduti con un aereo precipitato in mare (Ray s’arrangiò anche con sequenze innevate girate in studio).