Drammatico

O VELHO DO RESTELO

Titolo OriginaleO Velho do Restelo
NazionePortogallo
Anno Produzione2014
Durata19’
Sceneggiatura
Tratto daliberamente da alcuni brani di “O Penitente” di Teixeira de Pascoaes
Fotografia

TRAMA

Quattro personaggi su una panchina discutono sulla vita di Camilo Castelo Branco, la Storia del Portogallo, la transitorietà delle cose umane.

RECENSIONI


Manoel de Oliveira, a 105 anni, ha incontrato estreme difficoltà nel reperire fondi per il progetto O Velho do Restelo, che poteva essere un lungometraggio ma si è risolto in un corto di 19 minuti. Sarebbe stato, facile intuirlo, uno degli scherzi “fanta-storici” del Maestro, come Cristóvão Colombo – O Enigma che esplorava ironicamente l’alternativa di un Colombo portoghese. Qui quattro personaggi dialogano su una panchina: sono Teixeira de Pascoaes, autore di O penitente, biografia di Camilo Castelo Branco di cui ascoltiamo brani fuori campo, lo stesso Castelo Branco, il maggiore romanziere lusitano (autore, tra gli altri, di Mistérios de Lisboa da cui il capolavoro di Ruiz), lo scrittore nazionale Luís de Camões e Don Chisciotte, l’anti-eroe di Cervantes. Questi discutono sulla vita di Castelo Branco (con lui stesso che interviene per specificare e chiarire alcuni punti) e insieme sulla Storia di un Paese.


Già dalla premessa appare evidente il cortocircuito figure reali/scrittori/parti della finzione innescato dal regista in cui, per esempio, uno scrittore dialoga col suo biografo producendo un dubbio perenne sui rispettivi ruoli nel racconto (Castelo Branco è uno scrittore o un personaggio di Pascoaes? Pascoaes è uno scrittore “oggettivo” o un autore immaginato dal soggetto della sua narrazione? E così via). Senza contare che, a dislocare ulteriormente il dialogo, è presente Don Chisciotte “uscito” dall’opera di Cervantes come unica concretazione certa dell’invenzione letteraria. In veste di nume, inoltre, il Dante portoghese Luís de Camões partecipa allo scambio. Ad aprire simbolicamente è l’inquadratura delle “bocche”, che pone in contrasto la fossilizzazione della pietra con la temporaneità dell’acqua che scorre, possibili correlativi della Storia a confronto col passaggio umano: la pietra “permette” il fluire dell’acqua, ma poi l’una rimane mentre l’altra scompare. Quindi i personaggi parlano rispettivamente in inquadrature frontali, con primi piani alternati al campo medio che racchiude il totale della discussione.


Ma non sono le loro porzioni di dialogo a sconcertare, bensì le parentesi visive che offrono una figurazione simbolica al senso del discorso: I Lusiadi di Camões riemerge dall’acqua, poema fondativo che non a caso si è inabissato, e viene recuperato per suggerire che quella fama è stata vana, si è dissolta. Allo stesso modo il destino dell’uomo è iscritto in una cometa e, come questa, si eleva, risplende e poi passa. Il trascorso di Castelo Branco viene inscenato con l’amabile ironia del regista, che da una parte lo omaggia e dall’altra ne scetticizza la vita: come nella relazione con l’amante Ana dove essa, realizzandone la fugacità, afferma: “Non tutti sanno è che l’amante non è migliore del marito”. La precarietà di Camilo dunque si riflette a specchio in quella della Storia. In tal senso la miniatura deoliveiriana si presenta come precipitato della concezione che da sempre dimora nel suo filmare, il volto effimero delle cose umane e la vittoria come preludio alla caduta, preconizzata dalla figura del titolo.


Il vecchio del Restelo è il personaggio dei Lusiadi che, con una breve comparsa, avverte invano la flotta portoghese dell’instabilità della gloria: “Empia sete crudel d’applausi e gridi / Che unita a sozza avidità d’impero / D’aura ti pasci, e a un vano suon t’affidi / Perchè digiuna di splendor sincero” (Lusiadi, Canto IV). Se un filo razionale pervade il corto, lucido e preciso nel suo viaggio transletterario, de Oliveira spezza la dialogica con repentini squarci visivi, spiazzanti deviazioni “magiche” come lo shining della cometa nel cielo, a dire che l’arcano storico sfugge alla nostra ragione, evade il perimetro in cui vogliamo rinchiuderlo. Il saggio del Restelo resta inascoltato, l’impero si sfalda. Per questo la vertigine prodotta dal dialogo, in realtà, ricompone un ordine: registra la caduta dell’uomo che è volato troppo in alto, il suo ridicolo tonfo in balìa della natura, come Don Chisciotte di Kozintsev sollevato dai mulini a vento.