Drammatico, Fantapolitica, Horror

NUEVO ORDEN

Titolo OriginaleNuevo orden
NazioneMessico, Francia
Anno Produzione2020
Durata86'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Uno sfarzoso matrimonio dell’alta società viene mandato a monte da un’inaspettata rivolta popolare che dà il via ad un violento colpo di stato.

RECENSIONI

Lo sposo, la sposa, gli invitati, la servitù, i regali, le auto, i vestiti, il denaro, le danze. Il matrimonio sfavillante fra due rampolli dell’alta società messicana viene bruscamente interrotto da un violento sommovimento popolare, una rivolta degli strati più bassi della popolazione che inaspettatamente irrompono sulla scena, assetati di sangue. Sono una massa amorfa, senza nome né giudizio e non fanno distinzioni: uccidono brutalmente ogni ricco che capiti a tiro, depredano le case, rapiscono le fanciulle in fiore. È questo l’incubo in cui rimane intrappolata anche la giovane sposa, che pure è una “ricca buona”, solidale con la servitù, misericordiosa verso il prossimo. Tutto questo non la salverà: viene rinchiusa in una prigione-lager, ammassata fra corpi terrorizzati e urlanti, torturata, stuprata. Al culmine di questa raggelante escalation di terrore ecco però affacciarsi una forza ancora più violenta, più subdola e dai metodi perfino più bestiali, pronta a soggiogare i disordini dell’orda sanguinaria. È uno Stato autoritario e dittatoriale che marcia all’ombra di una bandiera oscura trucidando i ribelli, impiccandoli selvaggiamente sulla pubblica piazza, stabilendo infine il “nuovo ordine”.

Nuevo orden è un film mostruoso – nell’accezione più aperta, sfaccettata, problematica del termine. Come puro meccanismo cinematografico, è un marchingegno visionario azionato con precisione agghiacciante, alimentato da una tensione che esplode implacabile, scena dopo scena, dal turbinoso (e notevole) piano sequenza iniziale fino alla nerissima gravità del finale. Ma un film – e, verrebbe da dire, ancora di più questo film, che ammicca a certe cose e sceglie di mostrarle in una certa maniera – non è solo spettacolo e stratagemma formale. Un film è innanzitutto messa in scena: cosa filmi, come lo filmi, perché lo filmi. Ideologicamente, la parabola appare quantomeno discutibile: un enorme movimento dal basso dipinto come una frotta di assassini sanguinari (proprio nell’anno delle grandi proteste di piazza negli Stati Uniti e nel mondo – tempismo eccezionale!) e la brutalità della dittatura assoluta come unico antidoto al caos. Provocazione politica? Critica storica in veste distopica alle disparità sociali che affliggono il Messico? Il cosa viene raccontato e il come gli elementi di questo incubo futuribile vengono orchestrati nell’economia di senso del film lasciano nude queste ipotesi interpretative, giustificazioni un po’ pallide ad uso e consumo di un presskit. Il cinismo e il nichilismo totale dell’operazione svelano qui il vuoto siderale delle forme. Non c’è riflessione, non c’è studio o esplorazione, non c’è vera discussione sociale o politica né sensata provocazione intellettuale: solo uno schermo vuoto, lo spettacolo della violenza e la violenza come spettacolo che non prevede mediazione critica. Le immagini come baccanale di efferatezze esposte al pubblico ludibrio (un esempio su tutti: la scena dell’impiccagione, il come e il perché filmarla). La vertigine è postmoderna, linee e riferimenti vengono intrecciati e accatastati senza alcuna etica, morale o ecologia dello sguardo: dai topoi dell’home invasion – la prima parte è quasi un Parasite gone wrong – a quelli più sensibili e problematici dei film engagé sulle dittature sudamericane e la tragedia dei desaparecidos, fino ai riferimenti sfacciati all’Olocausto (che il regista smentisce, aumentando il dubbio critico sul grado di elaborazione e consapevolezza del materiale messo in scena). Forse è davvero tutto spettacolo, spettacolarizzazione – senza centro, senza senso.

Gran Premio della Giuria, Venezia 77.