Drammatico

NON LASCIARMI

Titolo OriginaleNever let me go
NazioneU.S.A./ Gran Bretagna
Anno Produzione2010
Durata103'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro
Fotografia
Scenografia

TRAMA

In un mondo in cui la scienza medica ha sconfitto le malattie mortali attraverso il trapianto degli organi, portando l’aspettativa di vita per un individuo oltre i cent’anni, quale è il ruolo dei bambini?

RECENSIONI


Il mesto e plumbeo fascino che trasuda dalle immagini di Non lasciarmi, acuito dal romanticismo luttuoso degli archi di Rachel Portman, è probabilmente frutto dei suoi stessi difetti. Nel mettere in scena l’ucronia dell’acclamato romanzo di Kazuo Ishiguro, Mark Romanek ricorre a uno sguardo languidamente estetizzante eppure asciutto e giustamente freddo (impassibile persino di fronte allo sfogo finalmente urlato di uno dei personaggi) che mentre allontana sullo sfondo le implicazioni etico-filosofiche del soggetto ne fa emergere un teen-drama straziato ed esangue dall’atmosfera rétro consegnato ad una eterna e per questo terribile adolescenza che non vedrà mai placati nella maturità i suoi turbamenti. Gravato da una leziosità autunnale, Non lasciarmi riesce però a tramutarla in estetica parapubblicitaria di studiata eleganza che allestisce malinconici spot per esistenze prêt-à-porter (le raffinate sagome dei tre giovani protagonisti, quasi tristi mannequins intrappolati in décor di riviste patinate, il loro abbigliamento vintage-chic, la monocromia emotiva della rarefatta fotografia di Adam Kimmel), corpi sani e immacolati pronti per essere offerti in sacrificio al pubblico dei consumatori, illusioni di vite perfette che scoprono con rassegnato sgomento la loro natura freak e derivativa.

Allo stesso modo le debolezze di scrittura (la sbrigatività con la quale viene ridimensionata la questione, tuttavia cruciale, del sesso; la delineazione mai a fuoco, solamente scritta, del rapporto tra le due ragazze) vengono risolte in ellissi ad aumentare la sensazione di fragilità di un racconto esistenziale costruito sulla percezione impalpabilmente angosciata di quel (poco) che resta del giorno e da vivere, come suggella l’amara e didascalica riflessione finale in voice-over di Kathy H. di fronte ai brandelli di un’infanzia scomparsa (una intensa Carey Mulligan). Non lasciarmi diventa così esso stesso un film-clone di estenuante tristezza, replicante dolente di un mélo con data di scadenza dove l’amore addolcisce la vita ma non l’allunga così come l’arte la umanizza ma non la salva, un film svuotato progressivamente dei suoi organi vitali tranne del cuore, rantolante nel vuoto, in attesa di quell’equivoca “completezza” che è la fine.


Tratta dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, la pellicola diretta da Mark Romanek e sceneggiata da Alex Garland si fregia di un cast d’eccezione, che ne sostiene abilmente le nuance e la complessità con eleganza e rigore. La sempre impeccabile e glacialmente umana Charlotte Rampling offre una performance di supporto asciutta e senza sbavature, ma che guadagna grande spessore soprattutto verso la conclusione della vicenda. La celebrata stella del momento, Carey Mulligan, che già aveva conquistato una meritata candidatura all’oscar per An Education (2009), interpreta la protagonista e narratrice con grazia e fragilità, caratteristiche indispensabili per dare vita al personaggio di Kathy. Bravissimo Andrew Garfield nel ruolo di Tommy, interesse amoroso di entrambe le amiche/rivali Kathy e Ruth, quest’ultima interpretata da una Keira Knightley forse alla sua prova migliore. Perfino la proverbiale bellezza della testimonial Chanel è mitigata dai toni malinconici della storia, che Romanek racconta senza particolari vezzi stilistici, ma nascondendo la sua mano di consumato regista di clip musicali dietro ad una narrazione classica che ben si addice alla delicatezza dei sentimenti e alla complessità delle implicazioni morali ed etiche sollevate dalla geniale e semplicissima premessa: in un mondo alternativo non troppo diverso dal nostro la scienza medica ha trionfato sui suoi nemici di sempre attraverso un progresso miracoloso nel ramo dei trapianti di organi. La conseguenza più ovvia è un allungamento prodigioso dell’aspettativa di vita, ma anche il vertiginoso aumento della richiesta di donazioni. Ecco allora che Ishiguro ci presenta il lato oscuro della vicenda, ovvero il ricorso alla più controversa delle procedure genetiche, la clonazione, per soddisfare l’attaccamento alla vita del genere umano.


La produzione di individui la cui stessa esistenza è messa al servizio della società dei viventi diventa allora pratica corrente. Il solo fattore di cui il mondo sembra non tenere conto sono i sentimenti di queste strane creature, questi fragili serbatoi di vita su cui si poggia l’intero sistema, la cui traiettoria su questa terra è portata al compimento in giovane età, e alla quale sembrano serenamente rassegnati. Almeno finché l’amore per uno dei propri simili non interviene a complicare le cose, perturbando l’equilibrio già così precario di questo mondo parallelo. Una fantascienza classica, quella di Ishiguro, che parte da una premessa semplice e ne segue lo sviluppo nel corso dei decenni, osservando l’evoluzione (o l’involuzione) della società con occhio clinico ma non distaccato, sicuramente empatico. Difficile parlare di distopia, visti i risultati straordinari possibilmente positivi della combinazione di procedure mediche (trapianto e clonazione). Impossibile d’altro canto parlare di utopia, vista la dubbia eticità delle pratiche di matrice eugenetica su cui si regge questo mondo. Meglio vederci un universo parallelo, appena (e fortunatamente) fuori portata, ma in fondo non così diverso da quello in cui viviamo. Accettando questa premessa, il misurato Never Let Me Go prende vita e solleva, senza pretendere di offrire facili risposte, questioni esistenziali affascinanti e controverse.


Che se ne pensi bene o male, i videoclip di Romanek hanno segnato gli anni 90: senza avere la marcata autorialità di Cunningham, l’estro leggero di Jonze, la genialità poetica di Gondry (per limitarci alla Trinità), Romanek, che vantava “solo” un’aspirazione kolossalista (tendenzialmente assecondata), la sua, in quel decennio, l’ha urlata più che detta. Si lascino pure fuori i titoloni più citati (il censuratissimo, Closer dei Nine Inch Nails e il brutto Scream, duetto di Michael e Janet Jackson, passato alla storia come il video più costoso di sempre), Romanek ha lavorato solo per la crema (Bowie, Beck, Sonic Youth, R.E.M., Jagger, Madonna, Red Hot Chili Peppers…) marchiandone significativamente una tappa iconica, con esiti esteticamente alterni, ma in modo immancabilmente grandioso. Due lavori su tutti: il registro anni 70 di Devil’s haircut che porta Beck per le strade di New York, con fermoimmagine zoomati che rivelano, solo alla fine, un pedinamento (Coppola è dietro l’angolo) e la magia esotica di Bedtime stories, tappa memorabile dell’esemplare odissea video di Madonna, in cui il kitsch della Nostra è sancito definitivamente come post, sublimato, come risulterà dal finale, nella mera virtualità.


Al terzo film (manca dalle sale da una decina di anni) Romanek svolge sul bellissimo libro di Ishiguro un compitino corretto, penalizzato dalla basica sceneggiatura di Garland, schematica e senza idee. Ma Non lasciarmi ha senz’altro il merito di essere freddo come il romanzo, narrando una storia di aberrazione plausibile con un distacco iperrealista che rende quanto vediamo realmente agghiacciante: impressiona anche sullo schermo il senso di normalità che pervade le vicende disumane di questi ragazzi clonati.
Quando Kathy, Ruth e Tommy si avvicinano alla spiaggia, aggrappandosi uno all’altro, come vecchi a un passo dalla fine, un brivido vero ci raggela.