Commedia, Fantastico

NON CI RESTA CHE IL CRIMINE

TRAMA

Moreno e Sebastiano sono due sfaccendati, anzi, come li definisce l’amico Gianfranco che invece è diventato un uomo di successo, due “poracci”. Ma i tre sono cresciuti insieme, e Moreno e Sebastiano da bambini bullizzavano il piccolo Gianfranco, soprannominandolo “il Ventosa”. Con loro c’era anche Giuseppe, che ora fa il commercialista precario e subisce le angherie del suocero, che lo paga solo quando gli pare. Nel tentativo di sfuggire a Gianfranco, Moreno, Sebastiano e Giuseppe si infilano in un cunicolo spazio-temporale che li catapulta all’epoca in cui erano bambini: il giugno 1982, per la precisione. E poiché l’ultimo grande progetto per “fare i soldi con la pala” di Moreno era guidare un tour dei luoghi frequentati dalla Banda della Magliana, è proprio fra i componenti di quella banda criminale anni ’80 che i nostri eroi si ritrovano all’uscita del cunicolo.

RECENSIONI

Sembra un sogno ad occhi aperti, Non ci resta che il crimine, condiviso da tre – anzi quattro – amici che si conoscono fin dall'infanzia e si raccontano una favola: Sebastiano, incastrato in un matrimonio infelice; Moreno, che non riesce a pagare gli alimenti arretrati alla ex moglie; Giuseppe, tributarista precario maltrattato dal suocero; e infine Gianfranco, l'unico adulto apparentemente realizzato ma che – nonostante tutto – rimpiange con malinconia la propria gioventù. Si fugge da una realtà insoddisfacente e, visto che la nostalgia (o era la speranza?) è la più grande falsificatrice della verità, ci si ritrova nell'anno che probabilmente è rimasto più impresso nella loro memoria: il 1982, nel momento in cui l'italia sta per vincere clamorosamente il mondiale di Spagna e la Banda della Magliana è al massimo del proprio fulgore criminale. In fase di sceneggiatura, Massimiliano Bruno e Nicola Guaglianone (coadiuvati da Andrea Bassi e dal fumettista Roberto Marchionni in arte Menotti) giocano a carte scopertissime: qui si omaggia Non ci resta che piangere del duo Troisi-Benigni e la mitologia di Ritorno al futuro, e sono questi i due filtri attraverso cui guardare e giudicare un film che non punta affatto alla perfetta aderenza storica quanto piuttosto al gusto per il paradosso e alla strizzatina d'occhio.

Un film-idea, come argutamente osserva Paola Casella su mymovies.it, che contamina con leggerezza svariati generi (la commedia e il fantasy, il noir e una sorta di ironico erotismo soft ben calibrato) e che correndo a briglia sciolta perde spesso il controllo di sé e dei propri obiettivi. Ma a (con)vincere – pur nell'accumulo e nella trivialità di alcune gag – è l'intelligenza/furbizia con cui pregi e difetti si bilanciano, in precarissimo equilibrio sul filo del divertimento. Sembra poco, ma poco non è, se confrontato con altri recenti film italiani che flirtano col fantastico e l'assurdo come l'inavvicinabile La Befana vien di notte (peraltro scritto dal medesimo Guaglianone) o il poverissimo Attenti al gorilla. In quest'ottica si può persino apprezzare il lieve – ma non per questo sciocco – confronto fra epoche in contrasto, con conseguente presa di coscienza del fatto che il passato mitizzato sembra sempre migliore di un presente incerto e di un futuro nebuloso; e infine plaudire alle convincenti prove di un cast in sorprendente e divertito stato di grazia, che vede emergere l'inetto e fallimentare Giuseppe di Gianmarco Tognazzi (in evidenza anche nel precedente A casa tutti bene di Muccino) e la svampita e borgatara Sabrina, personaggio-icona su cui l'ex-gieffina Ilenia Pastorelli sta in pratica costruendo tutta la sua carriera attoriale.