Drammatico

NELLA CITTÀ L’INFERNO

TRAMA

Lina è una ragazza veneta trapiantata a Roma per fare la cameriera in una casa. In seguito a un raggiro del presunto fidanzato viene accusata e incarcerata per qualche mese nella prigione delle Mantellate. In questo contesto avrà modo di conoscere persone che come Egle le insegneranno cosa significa la vita carceraria, e, forse, la vita in genere.

RECENSIONI

Nella città l’inferno, pellicola abbastanza negletta, come si accennava, di Renato Castellani, autore che ebbe modo di affinare una certa maturità tecnica e stilistica partendo dalla calligrafia (comunque notevole) di Un colpo di pistola e passando per il cosiddetto neorealismo rosa con Due soldi di speranza (che diede inizio a tutto un filone bozzettistico inaugurato da Pane, amore e fantasia di Comencini), potrebbe essere considerato uno dei primi folgoranti esempi del genere Women in Prison (almeno in Italia) che tanta fortuna ebbe nella cinematografia statunitense di serie b degli anni ’70 (con i dovuti, insindacabili, distinguo). Il film, che prende le mosse, grazie ad un adattamento di Suso Cecchi D’Amico, dal romanzo di Ida Mari Roma, Via delle Mantellate, in cui la scrittrice descrive realisticamente l’esperienza del carcere vissuta in prima persona, si affida principalmente ad una coralità attoriale virata al femminile (efficace quadro collettivo con ragazze prelevate direttamente dai quartieri trasteverini) capitanata da due autentici mostri sacri quali Anna Magnani e Giulietta Masina, che aveva da poco finito di girare quel piccolo gioiellino intitolato Fortunella, per la regia di Eduardo De Filippo. Castellani sfrutta (ma si potrebbero usare termini più forti come “strumentalizzazione”) la malcelata rivalità tra le due interpreti per ricostruire una storia fatta di piccola umanità, di meschinerie quotidiane in un contesto di manifesta coazione, di sentimenti contrasta(n)ti. I personaggi di questo oscuro microcosmo femmineo impersonati dalla Magnani e la Masina sembrano cuciti su misura per le due stratosferiche attrici (soprattutto nella studiata fisicità: prorompente come sempre quella della Magnani, clownescamente svaporata quella della Masina), entrambe nascono già Egle e Lina, non c’è necessità alcuna di lavorare sulla figura. E tuttavia, oltre questo elemento dialettico forte che definisce quasi architettonicamente le volute psicologiche di atteggiamenti e dinamiche in chiave marcatamente drammaturgica più che sociologica, la prerogativa filmica di maggior spessore si concretizza nella fotografia in bianco e nero di Leonida Barboni (direttore della fotografia di La grande guerra e storico collaboratore di Germi), che racconta in maniera implacabile tutto il buio (eminentemente metaforico) contornato da piccoli episodi di luce (vera e propria, fisica, materiale, come nella sequenza dello specchietto di Marietta) di quell’inferno interiore (la costruzione semantica è volutamente abissale) vissuto dalle ragazze umiliate e offese da un destino che le schiaccia inesorabilmente in cinemascope. Gustosi i cameo di Alberto Sordi e Renato Salvatori.