Thriller

MY LITTLE EYE

Titolo OriginaleMy Little Eye
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2002
Genere
Durata95'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia
Costumi
Musiche

TRAMA

Cinque ragazzi partecipano a un reality show trasmesso via Internet: reclusi in una casa isolata in un sito sperduto con un clima davvero pessimo, vinceranno un milione di dollari a testa se riusciranno a resistere tutti e cinque fino alla fine.

RECENSIONI

Il Grande Fratello non fa danni solo sul piccolo schermo: ecco l’ennesimo shocker in cui lo shock dovrebbe essere dato dalle impreviste, consuete (e perciò prevedibili e abbondantemente previste) “bombe” visivo/sonore (preparate da lunghi silenzi che si vorrebbero carichi di attesa) e dall’ossessiva presenza ravvicinata della videocamera. Il meccanismo cigola e fa ridere, il sottotesto metaforico/filosofico (i concorrenti non sono che marionette, sottoposte al dominio dello sguardo che uccide, che è poi, come da copione, quello del pubblico) scricchiola e fa pena, gli attori (???) fanno venire voglia di cambiare canale. Ironia: sorry, connection failed. Neppure lontanamente paragonabile a Contenders – Serie 7.

Il chiasso della connessione via internet non abbandona mai questi cinque figli della trasmissione televisiva “Il Grande Fratello” (e di Contenders - Serie 7), spiati in ogni anfratto da webcam nascoste (le riprese nel sottoscala!), con le soggettive degli apparecchi alternate a riprese “dal vero”. La casa dei fantasmi di William Castle s’aggiorna alla moda del reality-show, per un discorso metatelevisivo e warholiano che preferisce, infine, abbandonarsi al pauroso (e più banale) slasher-movie sanguinolento. Ma il piccolo occhio/orecchio webcamense del gallese Marc Evans non smette mai di sorprendere con il suo linguaggio, fra split-screen, infrarossi, zoom sfuocati, grandangoli, microfoni e rumori industriali. Trasmette sensibilmente il senso d’angoscia dello sguardo, in soggettiva (al buio, mosso, illuminato dalle sole torce: altro che The Blair Witch Project…), esterno-mediato, neutro o gratuito (l’esercizio formale della camera-stylo(grafica)). Con le tipiche dinamiche di un gruppo che sa di essere osservato, i candidati si mettono a nudo per la gioia dei voyeur, ignari che il piacere d’essere spiati è anche un invito per l’estraneo a violentare le loro vite. La ragazza dai facili costumi, quella più sofisticata, il bello sicuro di sé, il cinico inaffidabile, il sempliciotto: non si possono dire caratteri tagliati con l’accetta dopo aver visionato il programma tv. I topi si mettono in trappola da soli con il miraggio del formaggio (i soldi, la fama), marionette (Evans insiste sul Big-Jim parlante) di un gioco psicologico che, da rebus giallo, diventa incubo. L’elemento scatenante (come chi mastica di psicologia di gruppo sa) è l’osservatore neutro che entra in campo e dissesta impercettibilmente il precario equilibrio, con l’inganno e la provocazione (“Perché vi dovrebbero guardare? Cosa avete di speciale?”). A seguire colpi di scena poco metatestuali ma d’effetto, in virtù di una La Pericolosa Partita da snu(i)ff-are.

Cinque ragazzi in una casa isolata. Telecamere dappertutto a filmare costantemente la noiosa convivenza per sei mesi. In palio un milione di dollari per chi arrivera' fino alla fine, ma le regole del gioco prevedono che nessuno possa lasciare in anticipo la casa, pena l'esclusione di tutti. Agatha Christie abbraccia "Il Grande Fratello" nell'interessante e spietato  lungometraggio di Marc Evans, in cui vengono messi alla berlina, sia i teledipendenti in astinenza di Floriana & C., che gli stessi concorrenti con smisurate ambizioni e limitato talento. Non e' la prima volta che un format televisivo ispira il cinema ("Contenders - Serie 7" di Daniel Minahan nel 2001) e si teme, nel passaggio da uno schermo a venti pollici ad uno di venti metri, un ingigantimento delle sgranature e niente altro. Invece il regista, elaborando con arguzia temi gia' trattati e immagini gia' viste, riesce a riciclare un immaginario consolidato aggiungendo nuova linfa al genere. Sara' l'assenza di un finale conciliatore, oppure la sensazione di essere parte integrante di un gioco al massacro di cui si e' volontari testimoni, sta di fatto che "My little eye" risulta emotivamente devastante. Si', certo, lo sappiamo che siamo tutti un po' voyeur e in molti ce lo hanno gia' raccontato. Alfred Hitchcock ha aperto le porte con "La finestra sul cortile", Michael Powell le ha spalancate con "L'occhio che uccide", estremizzando il nostro morboso bisogno di contemplare, poi in tanti hanno sfiorato il tema mentre la televisione se ne e' appropriata. Uno dei film più disturbanti del genere e' sicuramente il belga "Il cameraman e l'assassino", in cui siamo diventati complici delle brutture di un serial-killer, ma il lungometraggio grondava irritante autocompiacimento. "My little eye", invece, riesce, con una certa onesta' di intenti e risultati, a criticare la TV verita' e a mettere a nudo il piacere di osservare gli altri dal buco della serratura: il sottile godimento che solletica qualsiasi spettatore nel vedere, comodamente seduti su una poltrona nella quiete apparente del vacillante microcosmo casalingo, cose mai viste, nel ricercare e riconoscere la verita' di uno sguardo e di un'emozione. La regia sfrutta con abilita' i limiti di un unico luogo alternando i punti di vista e all'incedere della tensione contribuiscono in maniera determinante gli effetti sonori, quanto mai curati e appropriati. Le numerose riprese al buio, realizzate grazie a telecamere ad infrarossi, non sono una novita' ("Il silenzio degli innocenti" e "Hotel" tra gli altri) ma contribuiscono a creare tensione e ad aumentare il senso di colpa trasmesso dalle immagini; in fondo a noi e' concesso vedere cio' che ai personaggi e' negato e possiamo ipotizzare con anticipo il loro destino. La sceneggiatura rischia piu' volte di impantanarsi nelle paludi dell'incoerenza, ma riesce a suggerire senza dire troppo, glissando sugli aspetti meno logici (che restano comunque poco chiari e di variabile interpretazione) e caratterizzando in modo credibile, con pochi tratti, i personaggi. Gli attori sono perfetti nella loro anonima fotogenia e appaiono bellocci e slavati proprio come i concorrenti di un "reality show". Nulla di nuovo, alla luce della ragione, ma uscire dal cinema impauriti e pensierosi, con la voglia di discutere per mettere a tacere i propri fantasmi, e' cosa rara e da non sottovalutare.