Commedia

MRS. DOUBTFIRE

Titolo OriginaleMrs. Doubtfire
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1993
Genere
Durata125'

TRAMA

Un uomo viene licenziato e, a breve distanza, lasciato dalla moglie. Deve trovare un modo per poter stare vicino agli adorati tre figli, per questo decide di diventare la loro tata: Mrs Doubtfire.

RECENSIONI

C’era un tempo in cui Robin Williams era il Re Mida di Hollywood e il numero uno sul mercato almeno per quanto riguarda l’offerta cinematografica con target famigliare.
Mrs Doubtfire è frutto e simbolo di quegli anni e fonda il suo clamoroso successo sulle doti istrioniche e la verve del protagonista.
Storia di una famiglia in cui il legame genitori-figli è solidissimo ma il matrimonio non funziona più, il film affronta dignitosamente il tema del divorzio e del delicato riequilibrio che fa seguito al terremoto. Questo riuscendo a trattare la questione dalla diversa prospettiva del marito abbandonato, della moglie che lo ha lasciato e dei figli. Un argomento sempre di grande attualità (non si evita una parentesi in tribunale alla Kramer contro Kramer), ma in questo caso non strumentalizzato.
Mrs Doubtfire, però, è soprattutto una riuscita commedia. Commedia en travestì, peraltro, capace di rinvigorire e fare onore al genere.
Williams – come sempre da gustare in versione originale, anche per il suo particolare talento comico nelle voci – sa distribuire al meglio toni più seri e slanci di umorismo scatenato.
Da quando il fratello gay lo trasforma in una corpulenta e rassicurante tata, l’attore di sbizzarrisce in disavventure domestiche e sforzi sovrumani per non essere scoperto (dall’assistente sociale, nella divertente scena della “maschera” di bellezza e dell’accappatoio da “pazzo di Psyco”), fino alla resa dei conti finale, quando è costretto a sdoppiarsi cenando in contemporanea con la sua famiglia, come tata, e con il suo datore di lavoro, come uomo, in una delle scene più comiche del film.
Brillante elogio di un padre innamorato dei suoi figli e della sua inesauribile e briosa inventiva, che lo riscatta da un’apparenza da fallito in quanto “non omologato”.
Il finale pecca di didascalismo, ma ha almeno il coraggio di non propinare un melenso ed inverosimile ricongiungimento tra i coniugi (un’altra sceneggiatura avrebbe potuto cedere alla tentazione, vista la simpatia del protagonista).
In parte anche la brava Sally Field, la moglie responsabile, e Pierce Brosnan, aitante buon partito con cui la donna si rifà una vita (in modo per la verità molto improbabile).

Anche produttore per la neonata casa fondata con la consorte, Robin Williams offre senz’altro un’altra prova fenomenale, ma si rende anche responsabile di toni predicatori e di un patetismo programmatico che, nel periodo, ammantavano in misura sempre maggiore i suoi ruoli: Chris Columbus, poi, esperto in commedie per l’infanzia e la famiglia, quando si tratta di inscenare facili sentimentalismi non si fa mai pregare, non conosce la sana cattiveria (che, invece, può veicolare altrettanto bene valori edificanti) e rinuncia all’umorismo nero del romanzo. Sin dal simpatico spunto del doppiatore di cartoons, “rovinato” dalla morale enfatica contro il fumo, si sente il sapore indigesto della melassa, confermato dal lungo prologo atto a descrivere il protagonista come ennesimo “eterno bambino” che ama gli animali e il gioco con i fanciulli, di contro ad una figura materna che trascura la famiglia per la carriera: quello di Williams è un personaggio costruito a tavolino per piacere ai più piccoli e farsi portavoce, con grana grossa, di virtù ben precise. Bisogna attendere la trasformazione in donna (eccellente trucco) per iniziare a divertirsi con il vecchio, quanto sempre gradito, meccanismo degli equivoci nello scambio di sesso: Williams si tramuta in “mammo” (altro messaggio, la trasformazione interiore: mettersi nei panni della moglie), in sofisticata e anziana governante inglese, confidente e consigliere del cuore della consorte che mantiene, però, il “pelo” maschile (anche sulle gambe), gioca a calcio, ferma gli scippatori, balla sfrenatamente (“Dude looks like a lady” degli Aerosmith) e duella con i nuovi pretendenti (le maligne frecciatine che manda, di continuo, al “bello” Pierce Brosnan, sono uno spasso). L’opera fa in tempo ad inscenare una strepitosa sequenza al ristorante, in cui sfrutta un altro “classico”, l’essere due persone allo stesso tempo e nello stesso posto, per ripiombare nel buonismo lezioso più insopportabile, con un mezzo lieto fine in linea coi tempi (pro-divorzi se necessari, ma salviamo i valori della famiglia). Un’artificiosità che annulla qualsiasi buona intenzione nell’unire Tootsie, Peter Pan, L’Attimo Fuggente e Mary Poppins.