Drammatico

MR. BEAVER

Titolo OriginaleThe Beaver
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2011
Durata91'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Affetto da una grave forma di depressione, Walter Black (nomen omen) torna alla vita grazie alla mediazione di un pupazzo…

RECENSIONI

Dopo anni di silenzio, davanti e, ancor più, dietro la macchina da presa (la seconda e ultima prova, A casa per le vacanze, piuttosto modesta, risale infatti al 1998), Jodie Foster ritorna nelle sale con un’opera che si vorrebbe straniante e spiazzante, complessivamente corretta, anche se viziata da un eccesso di “scrittura” e da uno stile indeciso tra il grottesco (primissimi piani e grandangoli) e il dramma classico (campi lunghi, lenti movimenti della macchina da presa).
Da un’idea originale di Kyle Killen, Mr. Beaver è sicuramente un lavoro sentito e “generoso”; lo sguardo che l’autrice getta sul male di vivere è sovente mosso da umane pietas e comprensione. Se lo spunto di partenza (il pupazzo di un castoro come medium/filtro tra teatro del mondo e soggettività ipersensibile) è interessante e la sincera complicità di un Mel Gibson quasi amabile, il film risulta pesante anche quando gravita “leggero” intorno a temi forti e pedante nel sottolineare l'avvenuta riconciliazione familiare, sicuramente attesa ma che avremmo preferito fosse solo suggerita, con una proliferazione di finali un poco stucchevole.

La regista pare a suo agio nella descrizione, fatta di canoniche sequenze a episodi inanellanti quadretti domestici abbozzati con sensibilità e pudore, del ménage quotidiano di una famiglia anomala e “freak”. Lo sviluppo narrativo fatica tuttavia a liberarsi di meccanismi più consueti, di parallelismi scontati (padre/figlio), del bisogno di sciogliere le tensioni latenti, che solo a tratti vengono in superficie, in risate concilianti o in lacrime liberatorie. L’ostentato ritorno all’ordine di Walter e del figlio, sebbene sia raggiunto a seguito di un riconoscimento non scontato dell'inevitabilità di una convivenza con il dolore, la sofferenza e la perdita, contraddice, tematicamente e formalmente, l’assunto della prima parte del film.
Mr. Beaver è, in definitiva, un oggetto accattivante e frustrante al tempo stesso: scruta l’abisso di una disperazione senza fondo e senza via d’uscita incanalando la paura e l’orrore del vuoto in una struttura narrativa rigida e rassicurante. La forma-racconto convenzionale, che il film sposa integralmente, sta alla vexata quaestio della perdita di sé come il castoro di peluche sta al mondo: è il filtro attraverso il quale ci si può relazionare al dolore e raccontare un rimosso, addomesticandolo, addolcendone le asperità, rifuggendo i vuoti di senso.
Il “complesso del castoro” di cui soffre il povero Black (rifiuto del contatto diretto con l'altro e costruzione di un'identità fittizia) assomiglia quindi a quello di cui il cinema americano mainstream è vittima quando deve rendere conto dell'umana disperazione. Mr. Beaver film è, come il pupazzo eponimo, uno schermo d’intermediazione (tra dolore del mondo e sua rappresentazione) e di protezione (dal mondo del dolore nella sua rappresentazione) nel quale lo spettatore può, tranquillamente e terapeuticamente, riflettersi esorcizzando i propri fantasmi.

Opera coraggiosa, originale, tosta. Avrà sconcertato chi si aspettava una commedia familiare edificante, chi cercava il film d’impegno all’americana sul tema “depressione”, chi la commedia pura alla Harvey o il film “alla Mel Gibson” spigoloso ed inquietante. L’opera di Jodie Foster, ben scritta dall’esordiente al cinema Kyle Killen, è (invece) tutto questo, con l’aggiunta di punte horror da sdoppiamento della personalità alla Brian De Palma e di un’impostazione da fiaba nera con voce fuori campo, che parte smorzando i toni della tragedia con l’elemento buffo del pupazzo vivente e/ma lascia presagire un percorso di guarigione che non sarà affatto ilare. Due racconti corrono in parallelo, quello di Beaver e quello del rapporto con una ragazza del figlio maggiore del protagonista: due traumi da superare, testimonianze di tracciati vitali non facili, per rimarcare che la grande menzogna imposta socialmente è quella del “andrà tutto bene”, come recita magnificamente il discorso finale della ragazza al suo diploma, classico momento “all’americana” dove urlare le risultanze, che Foster mantiene sobrio. Gibson, l’attore dagli occhi dolci e folli che già che già nella versione cinematografica di The Singing Detective era accanto ad un protagonista che somatizzava con psoriasi e voli di fantasia, è perfetto per il ruolo, la regia (Jodie Foster è evidentemente attratta dalle figure sopra le righe e solitarie, dalle “malattie”) si muove con inventiva e abilità, lasciando in campo l’ambiguità dei moti umani che vivono di realtà e di fuga da essa, barcamenandosi, come fa la moglie del protagonista, fra gli effetti positivi di una terapia paradossale e le conseguenze deleterie dello sdoppiamento, mentre le trame disseminano ingredienti simbolici o significativi per arricchire il sottotesto. Miracoli di scrittura e di commozione nella tragedia. Bel modo di affrontare la depressione.