Drammatico

MONSTER’S BALL

TRAMA

Hank è una guardia carceraria “specializzata” in esecuzioni capitali, come suo padre e come suo figlio Sonny, che però non sembra tagliato per proseguire la tradizione lavorativa famigliare (si commuove e vomita mentre scorta un condannato alla sedia elettrica). Dopo un evento tragico (che non riveliamo), l’Uomo Hank va alla deriva e incontra Leticia, moglie della vittima di cui lui era stato carnefice…

RECENSIONI

La prima mezz’ora è quasi folgorante. Altissima tensione morale, etica, civile, per uno dei più riusciti spot contro la pena di morte mai visti su grande schermo: un’angoscia fatta di gesti, silenzi, corpi sudati e mezze parole, con un sapiente uso del montaggio alternato (carcere – casa di Leticia), un’efficacissima strategia di distribuzione del sapere (Leticia e il figlio attendono una telefonata che noi e il condannato sappiamo non arriverà), una regia che rispettosamente implode e una recitazione alla quale si chiede solo di sottrarre. Tutto “riuscito”, prossimo al Bello. Una volta settati mood e scelte registico-recitative, però, Monster’s Ball inizia a scricchiolare. Calata la tensione, che obnubilava la ratio, affiorano i difetti di una pellicola che rischia ben presto di accasciarsi sotto il peso di ora “ovvie” ora sfuocate ambizioni; la trama filmica, infatti, sembra dipanarsi attraverso un programmatico accumulo di tragedie “casu/caus-ali” orientate proprio dove ci si aspetta e la sua evoluzione, insieme a quella dei personaggi, appare vieppiù costellata di schizofreniche sproporzioni: il delinearsi delle psicologie di Hank e Leticia è (volutamente) solo suggerito e venato di realistico mistero, ma si scontra con lo schematismo di altre figure smussate con l’accetta (come quella del padre di Hank, “cattivo” senza mezze misure) mentre dal punto di vista “contenutistico” una sottesa e (si vorrebbe) alta riflessione sui concetti di Male, Colpa (un boia è “consapevole colpevole” di omicidio?), Perdono e Redenzione non può non faticare a convivere con banali escursioni nei territori di un antirazzismo risaputo e scevro di sfumature problematiche. Avviene così che i nodi tematici più ovvii trovino facile (dis)soluzione, mentre quelli più complessi e stratificati fatichino ad emergere e ad abbandonare il loro (seppur intrigante) status di bozza, apparentemente accantonati, nella seconda parte del film, in favore della disperata love story tra la (moglie della) vittima e il carnefice (il quale sembra purificare definitivamente la propria anima liberandosi del padre, sorta di radice “genetica” della propria corruzione morale). Non convincono appieno, inoltre, alcune forzature narrative come la troppo repentina redenzione-riconversione di Hank (un attimo prima è indeciso se fermare o no l’auto per soccorrere una madre disperata col figlio morente tra le braccia, l’attimo dopo ne diventa l’angelo custode) o la rabbia, oggettivamente eccessiva, che lo sproloquio razzista del farneticante (evidentemente farneticante) padre di Hank provoca in Leticia (episodio tranquillamente leggibile come alibi narrativo che giustifica l’uscita di scena del “padre di tutti i mali”). In definitiva, dunque, un film irrisolto, decentrato e forse inconcludente, (sapientemente) capace di suscitare un’angoscia e una tensione degne di miglior causa, incapace di tenere il passo delle proprie ambizioni, recitato con diligenza (Billy Bob Thornton è bravo, Halle Berry solo volenterosa) ma girato benissimo. Talmente bene da mascherare quasi del tutto i propri difetti strutturali e la propria pretenziosità, rendendolo un bluff perfettamente riuscito.

Tedesco di nascita, svizzero d’adozione, scuola di Cinema a New York: Marc Forster ha uno sguardo alieno sulle storture della società statunitense, che ha vivisezionato a partire da documentari su suicidi giovanili, su bambini ustionati e poi con il primo film Everything put Together, storia di una madre che perde il figlio e viene abbandonata da tutti, un horror della psiche che ha attirato l’attenzione dei produttori di questa pellicola scritta da due attori di Los Angeles (che qui interpretano il direttore del carcere e una guardia). Fotografia con gialli e blu squillanti, musiche agghiaccianti, inquadrature caotiche (dove l’uomo non è mai al centro, non casualmente), superfici riflettenti, durezze da New Hollywood per descrivere universi di solitudine. Umano, toccante film contro la pena di morte che propone uno sguardo differente rispetto a precedenti illustri, adottando anche il punto di vista del boia e affidandosi ad una sospensione del giudizio alla John McNaughton, con figuratività alla Haneke, per descrivere un circolo vizioso di violenza, un ingranaggio in cui tutti sono vittime. Impotenza esistenziale, sofferenza implosa, in un film agghiacciante che restituisce la scarica della sedia elettrica, pietrificandoci. Pur pagando non pochi debiti, in seguito, alla commercialità hollywoodiana, tutte le opere di Forster faranno i conti con la morte (« Forse inconsciamente tento di fare i conti con le morti di mio padre e mio fratello, avvenute a soli tre mesi di distanza »).