MISSING (2008)

Anno Produzione2008

TRAMA

Una donna perde il compagno durante un’immersione subacquea; di lì inizierà un viaggio tra i fantasmi della morte alla ricerca di qualcosa che a lei per prima sfugge (figurarsi a noi…)

RECENSIONI

Horror e sentimento

In perfetta linea con la tendenza in voga negli ultimi anni non solo a Roma, ma a anche a Venezia, il film di chiusura è uno dei più brutti sella Selezione Ufficiale. Tsui Hark confeziona un prodotto molto ambizioso senza riuscire a tenere in mano i fili del discorso: lo stravolgimento della linearità temporale e il taglio brutale di snodi narrativi si limitano a produrre confusione nello spettatore (Hark preferisce soffermarsi su ricostruzioni minuziose ai limiti dell'assurdo: si vedano i del tutto superflui dieci minuti per spiegare i percorsi di una videocassetta); la magniloquenza visiva, quando non è fine a sé‚ stessa, ha la sola funzione di enfatizzare i momenti "forti", carichi (per modo di dire) di pathos, costituendo, in quei casi, un surplus retorico insopportabile. Ma il film è minato alle fondamenta: Hark tenta di fondere l'horror e il film sentimentale e per farlo sfrutta l'unica dimensione comune ai due generi, per il resto agli antipodi, ovvero quella psicologica. Il risultato è, però, un pasticcio di grammatiche di genere: il non voler rinunciare al registro sentimentale puro in favore di quello drammatico, fa si che la dimensione orrorifica non possa includere entro di sé‚ quella psicologica: l'horror psicologico comporta la distruzione/frammentazione dell'identità del protagonista, impossibile per il genere sentimentale, nel quale resta viva la distinzione tra Io e Altro, essenziale per la stessa natura del "sentimento". Hark sembra essere consapevole dei problemi che, strutturalmente, la sua scelta comporta e crede di poterli aggirare con una serie di contorcimenti, dei quali si fatica a venire a capo; in particolare prova a mettere insieme le varie componenti del film esplicitando solo sul finale la dimensione psicotica di quanto si è visto fino a quel punto, ovvero una lunga visione "da fermo" della protagonista, impazzita dopo la morte dell'amato. È una soluzione furba perché, ai fini di quanto detto prima, permette di conservare sia lo sconvolgimento psichico dell'horror che l'identità definita del film sentimentale; allo stesso tempo, però, risulta posticcia, non contattando mai le strutture narrative e formali profonde del film (manca, per esempio, qualsiasi forma di connessione tra il piano della realtà, assente nella prima parte, e il piano della visione, assente nella seconda), e produce notevoli incongruenze: oltre all'eliminazione dell'elemento fantastico, che pure aveva goduto per due terzi di film di una certa attendibilità, ci si chiede come la protagonista abbia potuto immaginare tutta la vicenda, visto che ha perso la memoria.
Più che un film, sembra un abbozzo. Provaci ancora Tsui.