Biografico, Focus

MISS MARX

TRAMA

La storia di Eleanor mi ha dato l’opportunità di esplorare temi incredibilmente contemporanei in un contesto d’epoca, ma ho ritenuto necessario capovolgere i clichés del dramma in costume. Ho cercato di sovvertire l’immagine dell’eroina vittoriana e sostituirla con quella emblematica e moderna di una donna che combatte sul fronte personale e pubblico. Credo che la storia di Eleanor richieda di essere raccontata con delicata ironia: la sua vita sentimentale fu assurda e tragica, i suoi guai condivisibili anche per le donne di oggi. Ma questa storia richiede anche un profondo rispetto: le battaglie di Eleanor e dei suoi compagni risultano più che mai attuali e urgenti, oggi come ieri.

RECENSIONI

Vivere secondo un principio, morire per un ideale. Per la sua collutazione, ingrata e infine intollerabile, con la realtà insopprimibile del sentimento, di una vita emotiva dolorosamente attiva. La biografia di Eleanor "Tussy" Marx, come la sua esistenza, si muove su tre piani di racconto, di mise-en-scène, di immagine (effettiva, interiore, desiderata). Li abita con una consapevolezza mutevole che passa da lei agli altri, a noi. C'è l'Ottocento, un presente aperto, un passato vicinissimo. C'è il futuro, che è dalla sua parte, che è (per chi guarda) un presente collimante, nelle battaglie e talvolta nelle battute, con il suo passato. C'è la letteratura, che precede Tussy non solo nella propria modernità (Casa di bambola) ma anche nella diagnosi profetizzante della sua condizione: una vita da pensatrice per l'appunto moderna, una morte da Madame Bovary, da eroina tragica da romanzo, di un un'opera di finzione tradotta, analizzata e compresa anche in quanto manifesto d'allarme. "Nulla di umano mi è estraneo" diceva Karl Marx (e lo dice anche qui, a corollario finale), la cui rivoluzione viene ereditata e tramandata da Eleanor implementandola con istanze femministe, discorsi su monogamia e poligamia, intersecando sfruttamento minorile e tirannide di uomini e padroni, ma alla fine ritrovandosi in scacco del proprio vissuto emozionale, donna che ama troppo, ferita dall'idealizzazione di un ideale (l'amore tra i genitori Karl e Jenny, umano e dunque terribilmente imperfetto), dalla fatica più che erculea d'applicare la teoria a tutte le pratiche - come l'ideologia e la lotta per gli sfruttati al modus vivendi, ai melodrami personali lontani anni luce, nel quotidiano, dall'orrore delle classi dissanguate: la miseria è un tableau vivant di operai che si agitano e poi si cristallizzano, è un bambino fantasma che allude a uno spiraglio atroce, un concreto intangibile. La potenza triste del film di Nicchiarelli - volutamente meno ruvido ed epidermico del bellissimo Nico, 1988, fortunatamente meno calligrafico del buon Il giovane Marx di Raoul Peck - sta proprio qui, nel metter in esplicita scena, di tanto in tanto persino scoperta, la messa in scena di Eleanor "Tussy" Marx stessa, doppia anzi trina anche nel nome (il nome proprio con cui la chiama il protagonista del suo amour fou, il nomigno privato affidatole dalla famiglia, il cognome che sancisce il pensiero e la strenua opera pubblica). La messa in scena di sé, per se stessa, per gli altri e per noi (i monologhi in camera, la rappresentazione teatrale di Ibsen), è una composizione conflittuale, slabbrata, fatta di agnizioni dolorose inchiodate in inquadrature fisse, in cornici intrappolanti talvolta strattonate dalle note punk dei Downtown Boys che provano, come Tussy, a crepare la processione narrativa - pacata ma, in sottotraccia, implacabile nel suo svolgersi -; a trovare un modo per uscirne, a scovare una coesistenza che non sia fatale. E che forse è possibile solo nell'ardore limpido della bambina che è stata: perché anche nell'oscurità, l'importante era continuare a danzare.

Il film che Susanna Nicchiarelli dedica a Eleanor Marx, figlia più giovane di Karl Marx, è tante cose, ma nessuna in grado di creare un ritratto esaustivo di un personaggio dal cognome celeberrimo ma di cui non si è mai parlato molto. C’è la figlia di un padre ingombrante, la compagna di un uomo egoista e parassita e la combattente politica che cerca di fare suoi e diffondere gli ideali del padre lottando per i diritti delle donne e l’abolizione del lavoro minorile. Le maledette aspettative derivanti dal precedente Nico, 1988 ci fanno pensare a un possibile ritratto rock del personaggio, quindi un po’ fuori dai canoni e con forte personalità, invece la regista opta per un approccio assai tradizionale e tendente al verboso che lo avvicina pericolosamente allo sceneggiato televisivo. Il film è infatti pieno di parole, dialoghi esplicativi, dichiarazioni di intenti, ma non altrettanto di immagini in grado di scalfire la superficie del personaggio. Il rock, quindi, a cui attribuiamo una carica eversiva, moderna e fuori dagli schemi, capace di tradursi in essenza e verità, finisce per sonnecchiare. Quando fa capolino, nelle immagini di repertorio con musica anacronistica o nel bel finale (titoli di coda inclusi), l’opera prende il volo, ma si tratta di gocce in un mare molto piatto, dove la vitalità del personaggio, le contraddizioni con cui deve convivere e il suo dramma interiore, paiono più raccontati che vissuti. Tanto che la svolta finale da eroina classica arriva stridente, perché distante anni luce dal carattere messo in scena fino ad allora e anche dall’interpretazione di donna fragile ma determinata, e pure rassicurante e consapevole, che ne fa la brava Romola Girai. È come se il personaggio ci avesse fino ad allora portato in una direzione per poi sbandare n modo brusco nell’epilogo. Il problema di fondo è forse nella necessità, di cui il film sembra farsi carico, di parlare all’oggi; un aggiornamento alla contemporaneità che diventa tesi da supportare e quindi fardello ideologico che ingessa il film rendendolo un po’ irrisolto.