Bellico

MIRACOLO A SANT’ANNA

TRAMA

1983, Harlem: un anziano impiegato delle poste uccide a sangue freddo un uomo. Perché? 1944: quattro soldati statunitensi di colore finiscono oltre le linee nemiche in Toscana: si nascondono, con un bambino tratto in salvo, in un piccolo paese di montagna.

RECENSIONI

Paisà e Harvey

Il romanzo (2002) di James McBride, da lui stesso sceneggiato, non compie alcun miracolo nella trasposizione sul grande schermo: la traccia favolistica è imbarazzante (la statua magica, la leggenda della montagna che dorme, l’Angelo bambino, il gigante di cioccolata, Harvey-Arturo: tutti segni che non fanno magia) e Spike Lee mette in secondo piano anche la strage di Sant’Anna di Stazzema (ma quando la mostra è un vero pugno allo stomaco), perché più interessato ai “Buffalo Soldiers”, a denunciare il razzismo degli Stati Uniti sfruttando ogni occasione, anche la propaganda nazista. Lo fa, però, con squilibrio nei toni, enfasi nei modi, retorica nei dialoghi. Per tutto il film si ha la sensazione che non ci sia aderenza alla Storia ma strumentalizzazione della stessa per veicolare messaggi politici. Mette troppa carne (imbevuta di sangue) al fuoco, fra personaggi inutili (il reporter pivello, il pittore di nazisti…), temi ammucchiati (la rivendicazione nera de Il Giorno più lungo, la divisione italiana fra fascisti e partigiani, l’attrazione sessuale della bianca per il macho nero, la fede in Dio che unisce i popoli, la superstizione contadina, il “buon nazista”, l’innocenza dei bambini, l’inettitudine dei superiori militari), e microstorie dispersive che raffazzonano la struttura, oltretutto immersa in quel suo tipico mix di registri (tragedia/politica/commedia) qui più inopportuno che mai. Se l’autore perde l’occasione di reinventarsi con Paisà (il nero statunitense e il bambino italiano) e Il Segreto di Santa Vittoria (altra opera hollywoodiana bellico/favolistica ambientata nell’Italia fascista), indovina però la messinscena più “classica” per sequenze belliche d’azione che, senza la schematicità edificante/dimostrativa del testo, valgono da sole tutte il film (il massacro allegorico sul fiume, con i “buffalo” nel fuoco incrociato di due nazioni che li rifiutano; il lungo massacro finale). Non si sa se dia più fastidio il solito commento musicale invasivo di Blanchard o l’assurda versione italiana che, doppiando anche l’inglese, elimina il senso di molte scene in cui i personaggi tentano di capirsi.