MINOTAURO

Anno Produzione2006

TRAMA

È la nascita del Minotauro, creatura bestiale cui vengono attribuiti poteri divini, l’evento che consente ad una civiltà minoica descritta alla stregua di impero edonista e decadente, retto da sovrani lussuriosi, incestuosi, immancabilmente malvagi, di estendere il proprio dominio facendo pagare un alto tributo di sangue ai popoli assoggettati. Ad una tribù del nord, per esempio, viene chiesto di consegnare ogni tre anni gli otto giovani che verranno sacrificati alla Bestia…

RECENSIONI

Nato sotto il segno del Toro

Nonostante l’originalità del soggetto e qualche felice intuizione, l’epica in chiave orrorifica di Minotaur ha in gran parte deluso. Il film dell’esordiente Jonathan English, produttore di successo e figlio d’arte (il padre David è abbastanza noto come cartoonist), parte con piglio avventuroso per rivisitare liberamente la vicenda del Labirinto di Cnosso, immortalata a suo tempo dal mito greco. Il regista ha una mano discreta nell’impostare il racconto, che acquista anche una certa tensione, allorché si assiste al momento in cui un gruppo di giovani prigionieri, in procinto di essere sacrificati, vengono gettati in fondo al Labirinto, preda dello spavento. Ognuno di loro sembra reagire alla terrificante avventura seguendo un impulso diverso. Ma mentre le dinamiche del gruppo mantengono vivo quel minimo di curiosità di cui abbisogna la trama, le modalità della rappresentazione tradiscono un’ingenuità di fondo, che scade troppo spesso nel kitsch. Le scenografie di foggia orientale della reggia di Cnosso rivaleggiano in banalità con la descrizione del Labirinto, le cui gallerie non acquistano mai la dimensione claustrofobica che simili ambientazioni potevano vantare in The Descent, tanto per citare un’altra pellicola di genere infinitamente più riuscita. Gli effetti ottenuti con un uso pacchiano e poco ispirato del digitale non fanno molto per migliorare la situazione; come anche le apparizioni dell’ospite tanto atteso, il mostro dalle sembianze taurine, le cui furiose incornate risultano alla lunga ripetitive. Accade così che persino il crescendo finale, poco credibile nelle scene d’azione, lasci un ricordo non esaltante dell’incubo vissuto da questi teenager del 1400 A.C., abbandonati da un popolo crudele tra le fauci di un semi-dio sanguinario e crudele. Peccato che il regista non abbia avuto la volontà o gli strumenti per osare di più, forse qualcuno avrebbe dovuto ricordagli una semplicissima verità: il Toro va preso per le corna!

                            Stefano Coccia