Horror

MARTYRS

TRAMA

Ottobre 1971: Lucie Jurin, una bambina che reca segni di maltrattamenti prolungati, viene ritrovata in pieno disordine mentale per la strada di una zona industriale. Ricoverata in un istituto dove riceve cure mediche e dove stringe amicizia con la coetanea Anna, la ragazzina non dice una parola su quanto ha vissuto ed è perseguitata da una presenza che le infligge ferite sempre più dolorose. Una domenica mattina di 15 anni dopo, armata di fucile da caccia, Lucie bussa alla porta di una normale famiglia borghese sterminandola spietatamente. Poi telefona ad Anna…

RECENSIONI

Dal greco marturos ("testimone"), il martire non è una semplice vittima, ma un individuo che, sottoposto a supplizi disumani e caricato di tutti i mali del mondo, annulla se stesso trasfigurandosi. Un essere umano che va oltre la dimensione del dolore materiale e della sofferenza fisica, raggiungendo uno stadio superiore alla realtà sensibile e penetrando nel regno dell'aldilà. Disancorato dal supporto corporeo, il suo sguardo varca la soglia del trascendente e vede: egli è testimone di ciò che sta oltre la vita. Questo l'assunto teorico di Martyrs, torturante horror filosofico nettamente diviso in tre segmenti.

Nel primo, che succede a un disorientante prologo "spiegato" subito dopo da uno pseudodocumentario in 16mm, assistiamo alla vendetta di Lucie (Mylène Jampanoï): fucile in pugno, la ex vittima si tramuta in carnefice e abbatte senza pietà i suoi aguzzini, prole inclusa. Macchina a mano ipercinetica, riprese frenetiche e montaggio che amplifica la forza d'urto, Pascal Laugier cambia decisamente coordinate stilistiche rispetto al precedente Saint Ange (2004), tutto giocato sulle atmosfere rarefatte e sul non visto, piazzando la cinepresa nel cuore della mattanza. Qui, anziché sottrarre e celare, Laugier aggiunge e mostra, spingendosi sempre più avanti nella rappresentazione dell'orrore. Eppure, nonostante l'innegabile coraggio e la rimarchevole irruenza, la fotografia di Stéphane Martin e Nathalie Moliavko-Visotzky frequenta tonalità troppo pulite e smaltate per creare un'atmosfera adeguatamente delirante.

Dopo un crescendo sanguinosamente allucinatorio, il secondo atto cambia improvvisamente le carte in tavola: la furia vendicativa di Lucie cede il passo allo spaesamento di Anna (Morjana Alaoui), inchiodandoci alle sue angosce e ai suoi timori. Ora è lei la protagonista del film, centro di identificazione perfettamente sincronizzato col sapere dello spettatore: Lucie era completamente folle o la sua vendetta ha colpito i reali colpevoli? Che fare adesso? Che cosa nasconde la casa? Tra disperazione, raccapriccio e coincidenze un tantino artificiose (un martello in bilico che cade al di là di un tramezzo), Anna si addentra nei sotterranei dell'abitazione, scoprendo una botola degli orrori. Conformemente alla nuova situazione narrativa, Laugier rallenta la velocità cinematica, alternando riprese con camera a mano a inquadrature più posate e bilanciate. Finché un imprevedibile evento imprime alla vicenda un'altra svolta.

Terzo atto: siamo letteralmente incatenati alle privazioni e alle punizioni corporali subite da Anna. Segregati in un'oscura sala delle torture, condividiamo le tappe del suo martirio. Scandito da perentorie dissolvenze in nero e percorso da sonorità distorte (ottimo il sound design, impreziosito dal raffinato commento musicale dei Seppuku Paradigm), lo stile di quest'ultima sezione abbandona quasi del tutto la concitazione della camera a mano o della steadycam (quasi esclusivamente limitate alla rappresentazione delle percosse) per costruire un ritmo discontinuo creato dal montaggio irrequieto e dalle angolazioni multiple dei punti macchina. Fino a raggiungere effetti estaticamente parossistici in un finale al calor bianco, bruscamente tacitato da un epilogo all'insegna del dubbio.

Laugier punta decisamente in alto, soprattutto nell'ultima parte: muove da uno spunto affine a La jetée di Chris Marker (le cavie umane selezionate per compiere viaggi visionari) per approdare a primissimi piani di stampo inequivocabilmente dreyeriano (La passione di Giovanna d'Arco, ovviamente). Pur essendo sottratta alla sfera religiosa, l'interrogazione sul dolore come processo di conoscenza e superamento dei limiti umani risulta trattata in modo piuttosto fumoso e pretestuoso, rimanendo sostanzialmente campata in aria e non riuscendo a originare abissi metafisici, fatta eccezione per una leggera vertigine nel finale (di natura esclusivamente ottica). Resta l'accuratezza della confezione (tratto distintivo della Nouvelle Trouille francese) e l'audacia di una partitura filmica a tre tempi e due protagoniste. Ma siamo comunque lontani sia dal gore fuori parametro di Frontière(s) che dalla crudeltà impregnata di xenofobia dell'inarrivabile À l'intérieur.

Più delicata e interessante, invece, è la centralità dei soggetti femminili nella Nouvelle Trouille ("La nuova strizza", è così che ho fantasiosamente battezzato il nuovo horror francese): sono convinto che i vari Bustillo & Maury, Gens e Laugier facciano del corpo femminile (inteso come soggetto pieno, beninteso) un uso eminentemente metaforico. Il corpo femminile rappresenta il luogo problematico per eccellenza, il territorio semantico in cui ripensare i rapporti di potere della Francia tutta. Il corpo femminile, interrogato e sviscerato, è al tempo stesso portatore di istanze ferocemente xenofobe (À l'intérieur) o embrionalmente eversive (Saint Ange), bene da conquistare (Frontière(s)) o scrigno da pelare fino al nocciolo (Martyrs). In ogni caso terminale di prevaricazioni e in ogni caso luogo di resistenza. La politicità della Nouvelle Trouille è la politicità del corpo femminile.